Ricordo che ai tempi delle due Finali consecutive degli Utah
Jazz contro i Chicago Bulls si stava facendo largo la corrente di pensiero
secondo cui Karl Malone era da considerare la miglior ala forte nella storia
del basket. In realtà la legittima candidatura di Malone risentiva della
vecchia interpretazione del ruolo. Le migliori ali forte per molti anni erano stati
giocatori di fatica, fisici, grandi combattenti e rimbalzisti ma raramente
grandi giocatori. Il ruolo si è evoluto. Elvin Hayes, prodotto della Houston
University, è stato una delle migliori ali forti della storia. Bob McAdoo che
ha ottenuto però i migliori risultati di squadra quando si è trasferito ai
Lakers con un ruolo inferiore rispetto a quello dominante – ma perdente – degli
anni di Buffalo e New York. Spencer Haywood a Seattle. Ancora prima Dave
Debusschere a New York che era un giocatore moderno perché oltre ad essere un
ruvido rimbalzista e un difensore era anche un eccellente tiratore. Ce ne sono
stati altri. Poi all’inizio degli anni ’80 ci sono stati Larry Bird – ma la sua
carriera è stata spesa soprattutto all’ala piccola, oggi probabilmente non
potrebbe farlo – e Kevin McHale.
Opinioni, analisi e i miei libri: il mondo del basket americano visto da me di Claudio Limardi
venerdì 15 luglio 2016
mercoledì 13 luglio 2016
Ora Russell Westbrook ha in mano il futuro di Oklahoma City
E adesso Russell Westbrook deve prendere la decisione che potrebbe definirne la carriera. Dovesse lasciare Oklahoma City nessuno potrebbe accusarlo di alto tradimento: giocava in una squadra da titolo e all'improvviso si è trovato a capitanare un gruppo di giocatori giovani e futuribili ma lontani anni dal ritornare dov'erano il 4 luglio. Non è solo questo. Con Westbrook, Victor Oladipo e Steven Adams a bordo, Oklahoma City non sarà mai così scarsa da scegliere abbastanza in alto da assicurarsi um simil Durant. E non è una destinazione ambita dai free-agent. Oklahoma City è in un territorio di mezzo che può essere accettabile in generale meno quando dal 2012 puntavi a vincere il titolo e avevi la possibilità di farlo per altri cinque o sei anni almeno.
martedì 12 luglio 2016
Perché Derrick Rose a New York non sarà un autogol
Bisogna prima di tutto ricordare che ogni scambio NBA non è
mai solo una questione tecnica. Ci sono sempre implicazioni salariali, piani
futuri da ricordare. Perché a prima vista la decisione dei New York Knicks di
puntare su Derrick Rose sembra molto simile a quelle maturate a loro tempo di
puntare su Steve Francis, Baron Davis, Jason Kidd o – per uscire dal rango dei
playmaker – su Tracy McGrady o persino Penny Hardaway. Siamo solo un gradino
meglio, visto che parliamo comunque di un giocatore di 27 anni da 16.4 punti di
media nell’ultima stagione.
In realtà va riconosciuto a Phil Jackson di non aver mai seguito la strada del “fuoricampo” a basi piene puntando su un giocatore di nome e ovvio talento a costo di sacrificare il futuro e alzando il livello del rischio fino ad altezze inaudite. Derrick Rose ha un anno di contratto a circa 21 milioni di dollari. Se dovesse andare male, non verrebbe confermato e i Knicks aprirebbero una voragine di soldi sotto il salary cap in un mercato – quello del 2017 – nel quale non mancheranno le star cui offrirli. Russell Westbrook prima di tutti (peraltro al momento la forza dei Knicks è limitata: Kevin Durant non li ha neanche ricevuti). Se dovesse andare in un certo modo potrebbero provare a estenderlo a meno soldi per attirare altri free-agent. Onestamente, è stata una mossa condivisibile.
In realtà va riconosciuto a Phil Jackson di non aver mai seguito la strada del “fuoricampo” a basi piene puntando su un giocatore di nome e ovvio talento a costo di sacrificare il futuro e alzando il livello del rischio fino ad altezze inaudite. Derrick Rose ha un anno di contratto a circa 21 milioni di dollari. Se dovesse andare male, non verrebbe confermato e i Knicks aprirebbero una voragine di soldi sotto il salary cap in un mercato – quello del 2017 – nel quale non mancheranno le star cui offrirli. Russell Westbrook prima di tutti (peraltro al momento la forza dei Knicks è limitata: Kevin Durant non li ha neanche ricevuti). Se dovesse andare in un certo modo potrebbero provare a estenderlo a meno soldi per attirare altri free-agent. Onestamente, è stata una mossa condivisibile.
lunedì 11 luglio 2016
La dinastia degli Spurs di Duncan nacque da un infortunio
Era la stagione 1996-97. Gregg Popovich era il general manager dei San Antonio Spurs. Pensate a cosa è oggi Popovich e togliete il 90%. Popovich era un ex assistente allenatore che aveva lavorato per Larry Brown a San Antonio e Don Nelson a Golden State reinventandosi general manager. Gli Spurs avevano rinunciato al mal di testa Dennis Rodman trasformando i Bulls in una squadra imbattibile senza ricavarne alcun beneficio. Nella stagione 1996-97 vinsero appena 20 partite, il coach Bob Hill - quello che era stato a Bologna - fu licenziato dopo 18 gare di cui 15 perse. Popovich si autonominò capo allenatore ma fece 17-47. Sui media venne aspramente criticato. Il licenziamento di Hill venne considerato un atto di opportunismo e irriconoscenza. Ma la verità è che gli Spurs vinsero 20 partite perché David Robinson era infortunato e ne giocò appena 6. Sean Elliott ne giocò meno della metà. Erano i due migliori giocatori della squadra.
domenica 10 luglio 2016
Mike D'Antoni: Houston è la nuova sfida del Rivoluzionario
A 65 anni di età Mike D’Antoni si gioca a Houston
probabilmente l’ultima chance di portare a termine un ultimo grande progetto
nella NBA. I Rockets sono una “first-class organization”, determinati a
vincere, strutturati, moderni. Il general manager Daryl Morey è un fanatico
delle statistiche avanzate, a suo modo un precursore. Ha impostato tutta l’organizzazione
su queste convinzioni con risultati che finora sono stati buoni anche se non ottimi.
Il massimo è stato una finale di conference persa 4-1 contro Golden State nel
2015. L’ultimo anno è stato un passo indietro, nei risultati, nello sviluppo
del sistema, nella credibilità.
I Rockets hanno sempre avuto stabilità sotto la leadership
del proprietario Les Alexander. Rudy Tomjanovich è stato l’allenatore dei due
titoli. Poi ci sono stati Jeff Van Gundy, Rick Adelman e Kevin McHale. Tutti al loro posto
per almeno quattro anni. Van Gundy per settimane è stato considerato il grande
favorito: aveva lasciato un buon ricordo e il lavoro televisivo ha incrementato
la sua popolarità. Ma alla fine, dopo una lunga lista di candidati “intervistati”
ha vinto D’Antoni.
venerdì 8 luglio 2016
Ma i Warriors di Durant sono davvero imbattibili?
È bastato un tweet a Kevin Durant. Un tweet per cambiare tantissime cose. Probabilmente pur
diventando il giocatore più pagato dei Warriors - ma Steph Curry si
riprenderà lo scettro l'estate prossima - scegliendo Golden State ha
sacrificato il proprio ruolo nella storia del gioco perché
i titoli che presumibilmente vincerà saranno comunque titoli di gruppo.
Possibile che non diventi mai il giocatore di riferimento dei Warriors e
di sicuro non ne sarà mai il volto. Attenti però a non sottovalutarlo:
Durant è un sette piedi che gioca come una guardia ma con tutti i
vantaggi di essere cosi alto e avere braccia lunghissime. Quindi magari
farà incetta di titoli da MVP, non sarà il volto dei Warriors ma sarà lo stesso riconosciuto come il giocatore più forte della Lega. Ma non è questo l'effetto più dirompente della sua
firma: il fatto è che ha eliminato l'avversario più temuto dai Warriors, Oklahoma City, il
più pericoloso a ovest di sicuro (a est ovviamente c'è sempre un problema chiamato LeBron). Non c'è una squadra adesso che possa davvero
superare i Warriors, non con Durant a bordo.
lunedì 4 luglio 2016
Dentro la sconvolgente scelta di Kevin Durant
Adesso tante frasi pronunciate da Kevin Durant negli ultimi mesi assumono un significato diverso. Aveva detto che si era stancato di arrivare secondo, di essere il numero 2. Aveva anche difeso Kobe Bryant dalla critica che per anni l'aveva maltrattato salvo osannarlo nel momento della debolezza, del ritiro. Quasi anticipasse l'ondata di critiche che lo sta colpendo in queste ore. È tutto molto strano: nel 2010 mentre LeBron James umiliava Cleveland in uno speciale televisivo improvvisato per annunciare la grande fuga verso South Beach, Durant rifirmava silenziosamente con Oklahoma City conquistandosi consensi e accentuando la differenza comportamentale. Kevin Durant a Golden State fa impressione davvero. È una generazione di giocatori differente, che ragiona e pensa diversamente. Certe scelte oggi dibattute, magari criticate, una volta non facevano neppure parte del mondo reale. Nessuno ha mai pensato che Magic Johnson potesse andare a Boston e rendere imbattibili i Celtics degli anni '80. O che Michael Jordan non riuscendo a battere i Pistons potesse andare a giocare per loro. Oggi ci sta tutto.
LeBron James in Finale: più grande anche di Kobe e MJ?
La mostruosa Finale NBA giocata da LeBron James ha
restituito al 23 dei Cleveland Cavaliers il ruolo di giocatore numero 1 al
mondo, lo scettro che Stephen Curry gli aveva strappato nelle ultime due
stagioni. Ma soprattutto ha cancellato la sinistra percezione che LeBron sia
sempre rimasto un gradino al di sotto del proprio potenziale nelle grandi
partite. I famosi “haters”, cui ha dedicato un sentito post su Instagram dopo
la Finale, hanno sempre sventolatoa sostegno di questa tesi tre serie
consecutive tra il 2008 e il 2010 in cui i Cavs persero due volte con Boston e
una volta con Orlando fallendo il ritorno in Finale dopo l’apparizione precoce
del 2007 (in cui persero peraltro 4-0 contro San Antonio, in una delle due finali
meno combattute del nuovo secolo: l’altra fu Lakers-Nets nel 2002). Sulle
ceneri dell’eliminazione del 2010 contro i Celtics, LeBron lasciò Cleveland per
andare a Miami, un’altra mossa aspramente criticata.
venerdì 1 luglio 2016
Il Kevin Durant derby nei dettagli
Era dal 2010, anno di "The Decision" che un imminente free-agent non riceveva tante morbose attenzioni. In quei giorni Kevin Durant con una mossa di grande popolarità annunciò l'estensione del contratto con Oklahoma City rendendo stridente il contrasto tra il suo silenzioso rinnovo con un club espresso da un piccolo mercato e il comportamento da star planetaria e un po' egoista che aveva generato la fuga di LeBron James verso South Beach. In queste ore sei squadre si sono messe in fila per convincerlo. Inclusa la sua squadra attuale, la prima a incontrarlo, prima che la free-agency si aprisse ufficialmente tanto non sui soldi decide comunque lui.
Kevin Durant ha motivi sia cestistici che economici per restare ai Thunder. Nessuno ad esempio può pagarlo tanto: decidesse di legarsi subito a OKC potrebbe firmare un quinquennale e guadagnare circa 50 milioni di dollari in più di quanti ne percepirebbe firmando per un'altra squadra. Se firmasse - la soluzione più logica e remunerativa - un contratto annuale con opzione sul secondo anno riceverebbe circa 26 milioni di dollari per la prossima stagione (il salary cap non è stato ancora definito con esattezza) e un surplus di circa 53 milioni rispetto a quanto incasserebbe in un'altra squadra nell'arco di vita del nuovo contratto. E comunque resterebbe nell'unico club che conosce e al momento gli offre una delle migliori probabilità di vincere il titolo prima che la caccia diventi un'ossessione.
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