venerdì 29 dicembre 2017

The Lake Show, i più grandi: Kareem Abdul-Jabbar



3 Kareem Abdul-Jabbar

(5 titoli, 1 MVP della Finale, 3 MVP, 10 All-NBA, 13 All-Star Game, 22.1 ppg, 3.3 apg, 9.4 rpg)

La carriera di Kareem Abdul-Jabbar probabilmente vale nel complesso più di quanto valgano quelle di ogni altro giocatore nella storia del club. Ma Kareem ha trascorso un terzo della propria storia a Milwaukee dove ha vinto un titolo, giocato due finali e probabilmente espresso il miglior basket della propria carriera. È arrivato a Los Angeles al top della sua evoluzione ma negli anni in cui non aveva neppure un All-Star al suo fianco. Anni di numeri e trofei ma non vittorie. 

giovedì 28 dicembre 2017

The Lake Show, i più grandi: Shaquille O'Neal




4 Shaquille O’Neal
(3 titoli, 3 MVP della Finale, 1 MVP, 8 All-NBA, 7 All-Star Game, 27.0 ppg, 3.1 apg, 11.8 rpg)

Shaquille O'Neal è arrivato ai Lakers dopo quattro anni a Orlando. Aveva già giocato una finale e forse già vissuto la sua stagione migliore atleticamente. Ma aveva 24 anni e stava approcciando i migliori anni della sua vita. Lo Shaq più forte è arrivato al terzo titolo dei Lakers poi è cominciato il declino. Ha aiutato Dwyane Wade a vincere il titolo del 2006 a Miami accettando il ruolo di numero due. Ma il vero Shaq è stato quello dei Lakers.

domenica 24 dicembre 2017

The Lake Show, i più grandi: Jerry West



5 Jerry West
(1 titolo, 1 MVP della Finale, 1 MVP, 12 All-NBA, 14 All-Star Game, 27.0 ppg, 6.7 apg, 5.8 rpg)

Collocare Jerry West in questa classifica è frustrante perché non esiste alcuna possibilità di rendergli giustizia. West ha cominciato la sua carriera in un'era differente, dominata dai centri ma in un basket che non è riconoscibile in quello di oggi. Lui però con Oscar Robertson è riuscito a prolungare la carriera ad alto livello fino a concluderla immerso in un basket più moderno, giocando contro giocatori della generazione successiva come lo stesso Kareem. Se guardate il video di una partita di quegli anni ad esempio vedrete nel grande Bill Russell ovvero il giocatore più vincente della storia un centro antico, che difendeva in mezzo all'area e concedeva il tiro dalla media o sua volta veniva marcato con spazio oggi inesistente. Ma West come pochissimi altri era già un giocatore futuristico. Tiro perfetto, usava due mani, durissimo, arrivava al ferro e passava la palla divinamente anche se non ha ricevuto come passatore il credito che meritava.

The Lake Show, i più grandi: Elgin Baylor



6 Elgin Baylor
(1 MVP*, 8 (+2) All-NBA, 9 (+2) All-Star Game, 27.4 ppg, 4.3 apg, 13.5 rpg)

Elgin Baylor è stato il contrario dei “ring chasers” attuali. Non solo non ha mai inseguito un anello ma quando poteva vincerlo, nel 1972, ha preferito ritirarsi piuttosto che conquistarlo partendo dalla panchina come voleva Bill Sharman. In quel momento, Baylor aveva imboccato il viale del tramonto. E’ stato uno dei pochissimi giocatori della storia ad essersi davvero ritirato prima di mostrare di sé stesso un volto meno brillante di quello reale. Purtroppo nella galleria dei grandi Laker della storia lui è penalizzato dalla mancanza totale di titoli. A nessun altro è successo.

The Lake Show, i più grandi: James Worthy



7 James Worthy
(3 titoli, 1 MVP della Finale, 2 All-NBA, 7 All-Star Game, 17.6 ppg, 3.0 apg, 5.1 rpg)

Sul piano individuale la carriera di Worhty non è paragonabile a quella dei primi otto di questa classifica. Può darsi che Worthy si sia trovato al posto giusto nel momento giusto fin dai tempi del college. Vinse il titolo NCAA con North Carolina giocando assieme a Michael Jordan (e Sam Perkins) ma questo non c’entra. Nel 1982 è entrato nella NBA al numero 1 del draft nell’anno in cui sceglievano i Lakers così si è trovato subito in una dinastia generazionale che gli ha permesso di giocare tutta la carriera professionistica al top. 

venerdì 22 dicembre 2017

NBA Finals: l'ultima generazione dei Grandi Centri

Hakeem Olajuwon, Patrick Ewing, David Robinson e poi Shaquille O’Neal, Alonzo Mourning e Dikembe Mutombo hanno costruito l’ultima grande generazione di veri centri, dominanti, prima che il basket NBA si dirigesse verso nuovi orizzonti, perimetrali riannodando i fili con le stagioni “controllate” da Michael Jordan. Chi è stato il migliore di loro e come vanno considerati rispetto ai “predecessori”?

giovedì 21 dicembre 2017

The Lake Show, i più grandi: Wilt Chamberlain



8 Wilt Chamberlain

(1 titolo, 1 MVP della Finale, 1 All-NBA, 4 All-Star Game, 17.7 ppg, 4.3 apg, 19.2 rpg)

Chamberlain è storicamente il giocatore più difficile da collocare in qualsiasi classifica. Analizzandone la carriera è facile considerarlo il più grande di tutti, pensando ai numeri, i record, i 100 punti in una partita, i 50.4 punti di media in una stagione, il dominio fisico paragonabile solo a quello esercitato da Shaquille O’Neal, con numeri inferiori.

domenica 17 dicembre 2017

New York Basketball Stories 2.0: perché Kareem non ha mai giocato a New York



I Milwaukee Bucks detenevano il diritto di chiamare al numero 1 del draft NBA ma la ABA sbandierando presunti diritti territoriali aveva concesso ai New York Nets la possibilità di scegliere per prima. Alcindor, anche per carattere, decise che non avrebbe avuto problemi a giocare nella ABA e probabilmente era anche attratto dai Nets ovvero dal ritorno a casa. “Volevo tornare a New York – disse Kareem Abdul-Jabbar in seguito – i Nets erano in vantaggio”. Di sicuro giocare nella ABA sembrava più appetibile che trasferirsi a Milwaukee. Ma giocò pulito. Disse che avrebbe ascoltato una proposta per squadra e avrebbe accettato la più alta. Si raccomandò di sparare tutte le cartucce perché non avrebbe dato a nessuno una seconda chance e di sicuro non voleva trascinare a lungo quella trattativa.

venerdì 15 dicembre 2017

The Lake Show, i più grandi: Pau Gasol e Jamaal Wilkes



10 Jamaal Wilkes

(2 titoli, 2 All-Star Game, 18.4 ppg, 2.6 apg, 5.4 rpg)

Ci sono giocatori che incredibilmente hanno scelto la partita sbagliata in cui esplodere. Nella Finale del 1970, Walt Frazier segnò 36 punti con 19 assist consegnando ai Knicks il loro primo titolo ma quella partita rimarrà per sempre quella dell’atto eroico di Willis Reed (in campo zoppicando, due canestri nei primi due possessi in un pandemonio indescrivibile). Nell’immaginario collettivo la partita incredibile di Frazier resta avvolta nella nebbia. A Jamaal Wilkes successe lo stesso nel 1980: quando i Lakers vinsero il titolo in gara 6 a Philadelphia senza Kareel Abdul-Jabbar, lui segnò 37 punti! Ma li segnò nella sera in cui il rookie Magic Johnson ne fece 42! Wilkes ha vinto un titolo da rookie ai Warriors come spalla di Rick Barry poi due a Los Angeles quand’era il numero tre della squadra dopo Magic e Kareem (o viceversa). Può essere considerato il James Worthy della prima edizione dello Showtime. In quelle stagioni a Los Angeles ebbe 18.4 punti di media con 5.4 rimbalzi con due convocazioni per l’All-Star Game. Rispetto a Worthy ha fatto un pochino di meno e in quella squadra c’era anche Norm Nixon a reclamare il ruolo di terza punta. Ma Wilkes era un all-around super, che nel ruolo di ala piccola giocava contro i giocatori di maggior talento della NBA di allora, vedi Larry Bird a Boston, Julius Erving a Philadelphia, Marques Johnson a Milwaukee. Aveva un tiro atipico, un movimento circolare sopra la testa, ma letale.

giovedì 14 dicembre 2017

The Lake Show, i più grandi: Odom, Goodrich e Norm The Storm



13 Lamar Odom

(2 titoli, 13.7 ppg, 3.7 apg, 9.5 rpg, sesto uomo dell’anno)

Altro giocatore difficile da collocare in questa classifica. Nei Lakers del triennio 2008/2010, due titoli e tre finali consecutive, era il terzo giocatore della squadra dopo Kobe e Pau Gasol, ma è stato uno starter a tempo pieno solo nel primo anno (nelle 21 gare di playoffs il quintetto era Fisher, Kobe, Odom, Gasol e Radmanovic), nel secondo con l’innesto di Andrew Bynum in quintetto lui è diventato il sesto uomo della squadra che aveva normalmente Trevor Ariza da ala piccola; nel terzo anno non c’era più Ariza ma c’era Ron Artest (o Metta World Peace). E l’anomalia conclusiva è che è stato il sesto uomo dell’anno nel 2011 quando quel ciclo dei Lakers volgeva al termine. Dei suoi anni ai Lakers (il top della carriera anche se giocò molto bene a Miami e anzi servì agli Heat per permettere loro di arrivare a Shaq e vincere il titolo del 2006), vanno notati i rimbalzi, davvero tanti per un giocatore più di fioretto, di classe che ruvido. Odom è sempre stato un all-around, non abbastanza affamato di canestri per sprigionare un potenziale formidabile. La sua carriera sarebbe sbagliato definirla incompiuta perché ha vinto, ha giocato ad alto livello, guadagnato tantissimo e confezionato molte stagioni strepitose. Resta solo il dubbio di cosa sarebbe stato se la vita fosse stata più clemente nei suoi confronti o se lui avesse saputo gestire le avversità diversamente.


mercoledì 13 dicembre 2017

The Lake Show, i più grandi: Cooper, Green e Byron Scott



16 Michael Cooper
(5 titoli, 8.9 ppg, 4.2 apg, 3.2 rpg, 8 All-Defensive)

Il numero di titoli è impressionante. Cooper c’è sempre stato: c’era a Philadelphia quando Magic Johnson si presentò al Mondo e c’era quando i Lakers vinsero due titoli consecutivi nel 1987 e 1988. Il suo ruolo è sempre stato da comprimario, un sesto o settimo uomo atletico, una versione antesignana dei cosiddetti “3 and D” attuali. Piedi per terra segnava. Poi i Lakers correvano e lui era uno che correva e saltava. Non è mai stato una stella ma è stato incluso otto volte nei quintetti All-Defensive della Lega. Difficile anche lui da collocare: in un’altra squadra avrebbe probabilmente avuto una carriera insignificante, di sicuro non così vincente, ma vale per tutti coloro che sono saliti a bordo di una grande dinastia. Nello Showtime, Cooper ha avuto un ruolo importante.

15 AC Green
(3 titoli, 1 All-Star Game, 10.6 ppg, 1.1 apg, 7.7 rpg)

Nella prima versione dello Showtime (1980-1985), i Lakers avevano una sorta di “buco” nella posizione di ala forte. Pat Riley coniò lo slogan “No Rebounds, No Rings” perché il tasso di fisicità della squadra non era all’altezza di quello dei Celtics dei Big Three Bird-McHale-Parish (più inizialmente Cedric Maxwell; nel 1985/86 anche Bill Walton). L’ala forte dei Lakers era Spencer Haywood nel 1980 ma Haywood buttò via la parte più importante della sua carriera e venne tagliato prima del titolo ma nel frattempo aveva già perso il posto di titolare in favore di un giocatore buono ma non trascendentale come Jim Chones. Per migliorare la posizione venne preso Bob McAdoo, nella parte conclusiva della carriera, ma venne impiegato da sesto-settimo uomo e aveva caratteristiche da star che si conciliavano male con un quintetto base ricco di talento e realizzatori. Kurt Rambis fu un’invenzione, uno spaccalegna durissimo che giocava con gli occhiali ed era pronto a fare la guerra contro tutti. Ma il problema venne risolto veramente solo quando arrivò AC Green, che difendeva forte, prendeva i rimbalzi e tirava dalla media, era atletico. Green era uno starter inamovibile della squadra che vinse nel 1987 e 1988, giocò la Finale anche nel 1989 e nel 1991. Poi ritornò a fine carriera e vinse un altro titolo da veterano nel 2000. Green è passato alla storia perché nell’epoca in cui i Lakers erano la squadra più “cool” del mondo, lui predicava la castità e il sesso solo dopo il matrimonio. ESPN ha fatto un documentario sull’atipicità del suo stile di vita dell’epoca.



14 Byron Scott
(3 titoli, 15.1 ppg, 2.8 apg, 3.0 rpg)

Byron Scott è nato a Inglewood, esattamente nel sobborgo di Los Angeles che negli anni ’80 e ’90 ospitava i Lakers, al celebre Faboulos Forum. Quindi era davvero un ragazzo di casa, che aveva frequentato il liceo a Inglewood e fu ottenuto dai Lakers cedendo ai Clippers il “fan favourite” Norm Nixon. Scott, che era andato ad Arizona State, era una guardia pura, un tiratore dalla media fantastico che probabilmente in un’epoca diversa sarebbe stato più importante stendendo il suo raggio di tiro oltre l’arco (2.0 tiri da tre di media in carriera con il 37.7%). L’impresa di Scott fu irrompere in quintetto praticamente fin da rookie. Nel 1987/88, il suo ultimo titolo, segnò 21.7 punti di media (19.6 nei playoffs). Come realizzatore aveva un ruolo vitale, come ricevitore degli scarichi di Magic o dell’attenzione che generavano Kareem (più nel 1985 che nei titoli del 1987 e 1988) e Worthy. (2-continua)







martedì 12 dicembre 2017

The Lake Show: i più grandi della storia



Solo i Boston Celtics hanno una storia paragonabile a quella dei Los Angeles Lakers e un numero di giocatori “storici” competitivo. Nell’anno in cui vengono ritirate le due maglie di Kobe Bryant e si è discusso, si discute sul suo ruolo nella storia della franchigia, ho provato a stilare e analizzare la mia Top 20 dei giocatori gialloviola, escludendo il periodo di Minneapolis per evidente impossibilità di paragonare i giocatori di quell’epoca alle successive e la totale mancanza di immagini che avrebbero potuto aiutare a farsi un’idea almeno stilistica (di Jerry West e Elgin Baylor qualcosa esiste e in più hanno giocato con e contro giocatori di generazioni più familiari, nei primi anni ’70). Ovviamente sono classifiche soggettive, che lasciano il tempo che trovano, non vogliono dimostrare nulla, sono opinabili ma proprio per questo sono sempre state fatte e sempre verranno fatte.
Visto che siamo nel regno dell’impossibile, sarebbe bella una partita tra i Top 10 dei Celtics e i Top 10 dei Lakers. Immaginate i match-up iniziali: Bob Cousy, John Havlicek, Larry Bird, Kevin Garnett, Bill Russell contro Magic Johnson, Jerry West, Kobe Bryant, Elgin Baylor e Kareem Abdul-Jabbar. Dalla panchina: Sam Jones, Ray Allen, Paul Pierce, Kevin McHale, Dave Cowens, Robert Parish per i Celtics; Norm Nixon, Jamaal Wilkes, James Worthy, Shaquille O’Neal e Wilt Chamberlain per i Lakers.  

giovedì 7 dicembre 2017

NBA Finals: il Sonicsgate

Seattle è stata la più dolorosa perdita subita dalla NBA. Altre città hanno perso la loro squadra, Buffalo, Kansas City, Charlotte l’ha persa e ritrovata, naturalmente Vancouver. Ma sono state perdite precoci o addirittura indolori. Ma Seattle… Seattle aveva un seguito popolare enorme, un pubblico caldissimo, una grande tradizione – ancora esistente – di giocatori locali. E aveva tradizione. Vinse il titolo nel 1979 con Jack Sikma, Gus Williams e Fred Downtown Brown. Negli anni Seattle si è evoluta dal punto di vista sportivo, parallelamente alla crescita economica della città. I Seattle Seahawks hanno vinto il Superbowl. I Sounders di calcio sono diventati una realtà intrigante. I Mariners di baseball sono una presenza stabile e sono stati la prima squadra del grande Alex Rodriguez. Ma i Sonics sono arrivati per primi, avevano un valore civico, erano motivo di orgoglio per tutta la città. Negli anni successivi alla Finale del 1996, a Seattle vennero inaugurati il Safeco Field e il CenturyLink Field, impianti moderni costruiti con soldi pubblici per baseball e football. Il problema è che i Sonics arrivarono tardi a battere cassa.

mercoledì 6 dicembre 2017

New York Basketball Stories 2.0: la leggenda di Speedy Williams



Quando Manigault ottenne protezione dai gangster di Harlem per il suo campo da basket e fondò la Goat League in breve tempo le partite diventarono oggetto di scommesse tra bande di spacciatori che allestivano le loro squadre e “giocavano” a fare i proprietari. Erano un altro modo per provare a guadagnare dei soldi o far scorrere adrenalina nelle vene. Le leggende dei playground di quegli anni sono state in parte il prodotto di questa triste evoluzione. Il più famoso di tutti ironicamente si chiama James Williams ma il soprannome è Speedy.

martedì 5 dicembre 2017

NBA Finals: Phil Jackson è stato davvero il più grande?

Phil Jackson ha vinto sei titoli NBA negli anni ’90 e altri cinque nel decennio successivo. Ha battuto il record "inarrivabile" di Red Auerbach e a mio modo di vedere merita di essere considerato il più grande coach della storia. Tutto è opinabile nel basket e i paragoni tra interpreti di ere differenti sono difficili tra i giocatori, immaginate tra gli allenatori. Jackson ha vinto più di tutti ma è comunque legittimo discuterne il ruolo di numero 1. Proverò ad analizzare la questione.

lunedì 4 dicembre 2017

NBA Finals: quando Jordan decise di dire la Sua verità

Nel 2009 Michael Jordan è stato ovviamente eletto nella Hall of Fame di Springfield e secondo tradizione in un lungo discorso ha tratto le somme della sua carriera. Ma il discorso di Jordan è stato per molti sorprendente nel senso che MJ ha eliminato tutta la canonica diplomazia di queste occasioni per andare dritto al sodo e spiegare che tutti i miti riguardanti la sua capacità di automotivarsi trovando stimoli dappertutto erano… veri.
Molti hanno trovato il discorso di Jordan, ancora visualizzato tantissimo su youtube, di cattivo gusto. Era la sua festa perché polemizzare? Ma la realtà è che Jordan voleva, probabilmente per la prima volta, dire la sua e vuotare il sacco, come si dice.

sabato 2 dicembre 2017

NBA Finals: la storia del draft di Michael Jordan e Portland



I draft del 1984 hanno segnato la storia del basket NBA ma soprattutto dei Portland Trail Blazers. Per molti esperti sono stati i draft più profondi nella storia della Lega, con una classe di rookie superiore a quella del 2003 (LeBron James, Dwyane Wade, Carmelo Anthony, Chris Bosh). Quell’anno vennero scelti Hakeem Olajuwon, Michael Jordan, Charles Barkley e John Stockton. Quello del 1984 fu l’ultimo draft senza Lotteria. Le peggiori squadre della Eastern Conference e della Western Conference praticamente venivano convocate dal Commissioner, David Stern (anche lui era al debutto). Una sceglieva testa e l’altra croce. La monetina decideva chi avrebbe scelto all’1 e chi al 2.

martedì 28 novembre 2017

Knicks, l'era Porzingis è arrivata ma basterà?



Non è la prima volta negli ultimi, tragici, anni che i Knicks fanno capolino nella zona playoffs, o si affacciano attorno al 50% di vittorie dando la sensazione di aver svoltato. Quando è successo, poi la caduta è stata verticale. Non è detto che non succeda ancora (le ultime tre le hanno perse). La differenza è che questa volta non ci sono battaglie intestine da combattere, l'allenatore non viene telecomandato o peggio dal presidente e la squadra in campo gioca con l'entusiasmo, la voglia di competere tipiche di chi si scopre competitivo e ha un nucleo giovane. Pat Riley parlava di "Innocent Climbing".

mercoledì 22 novembre 2017

Joel Embiid, il fenomeno chiamato Problema

Joel Embiid ha superato per la prima volta il minutaggio delle star anche se dopo ogni previsione sul suo futuro è normale collocare un asterisco. Dei primi tre anni di NBA ne ha saltati due e mezzo anche se magari l'estensione della sua assenza è stata accentuata dal legittimo e intelligente desiderio dei 76ers di proteggerlo fino ad esagerare. Troppe carriere di giovani star, soprattutto con la sua taglia fisica, sono state sbriciolate dagli infortuni. Bill Walton, Sam Bowie, Ralph Sampson in parte, Greg Oden. Sta giocando 29.2 minuti a partita.

lunedì 20 novembre 2017

I più grandi tiratori da tre della storia (All in One)

Come identificare i migliori tiratori da tre punti della storia? Per tentare un’analisi, bisogna partire da un concetto: il tiro da tre esiste dal 1978/79 e inizialmente era considerato un’arma occasionale, da usare con moderazione, poco produttiva. Ha senso tenere in considerazione solo i giocatori emersi dopo il 1980 e stiamo già molto larghi. Ad esempio Andrew Toney, la guardia di Philadelphia ribattezzato “The Boston Strangler”, noto per essere un terrificante tiratore non ha mai segnato più di 39 triple in una stagione. Michael Cooper, che era una versione ante-litteram dei cosiddetti “3-and-D” cioè i difensori che in attacco tirano praticamente solo da tre, al massimo centrò 80 triple nel 1988/89 con il 38.1%. Erano altri tempi. Fred “Downtown” Brown ha segnato 110 canestri da tre punti… in cinque anni ed era famosissimo per il tiro. La prima parte della sua carriera l’ha trascorsa senza il tiro da tre. Nel primo anno di introduzione, quando era considerato un diversivo, Downtown Brown, dei Seattle Supersonics, fu il miglior tiratore della Lega con il 44.3% da tre. Parliamo di 88 tentativi in una stagione, poco più di uno per gara. Qui il tentativo è cercare di equilibrare tra tiratori di precisione e tiratori volumetrici, mediando tra le due caratteristiche considerando che ora si tira molto di più dall’arco.

sabato 18 novembre 2017

I più grandi tiratori di sempre: Klay, Ray e Steph



3 Klay Thompson: ovviamente stiamo parlando di un arco di tempo breve (sei stagioni di NBA) e di una nuova epoca in cui i tiratori da tre punti non solo sono apprezzati ma addirittura incoraggiati ad esagerare. In questi cinque anni, Thompson è passato da 4.1 tentativi a 8.1 senza mai scendere sotto il 40%. Siamo già a cinque stagioni oltre il 40% e il 42.0% in carriera, meglio di Reggie Miller con 6.5 tentativi di media, una cifra destinata a crescere. Detto che la vicinanza di Steph Curry rappresenta una combinazione unica – mai visti due tiratori così nella stessa squadra, come avere Ray Allen e Reggie Miller assieme -, Thompson è sicuramente da considerare al top come tiratore. Definirlo tra i primi cinque di sempre può apparire prematuro ma la sensazione è che si tratti di una collocazione corretta.

domenica 12 novembre 2017

I più grandi tiratori della storia: Redick, Korver e Reggie Miller



6 JJ Redick: potrebbe essere considerato l’evoluzione della specie rispetto a Curry o Kerr, ovvero quello che sarebbero stati se fossero nati una generazione dopo. JJ è un po’ più alto e probabilmente veloce di entrambi, ma non è un atleta. Ha il 41.5% da tre in carriera su 4.4 tentativi ma negli ultimi anni sono stati più di 4.4. A inizio carriera non aveva la fiducia e lo spazio per imporsi come è accaduto ai Clippers giocando accanto ad uno dei più grandi passatori della storia come Chris Paul.

sabato 11 novembre 2017

American Way: quando Nancy Vs Tonya rese popolare il pattinaggio

Gli Stati Uniti sono un paese a cultura polisportiva per cui può capitare che occasionalmente discipline poco note facciano breccia e diventino per un periodo limitato di tendenza. Soprattutto se c'è un grande campione, carismatico, da seguire. Spesso è un bene, qualche volta è un male. Spesso le motivazioni sono positive e qualche volta tutto accade per i motivi sbagliati. Che l'America scopra il nuoto grazie ai record di Michael Phelps è un fatto positivo, che dimentichi l'atletica non avendo più un Carl Lewis o un Michael Johnson da ammirare è negativo, che Ryan Lochte diventi famoso non per le tante vittorie o il ruolo di anti-Phelps che ha interpretato bene ma per il giallo del distributore di benzina a Rio è meno edificante. Nel 1994, a gennaio, l'America scoprì il pattinaggio artistico femminile.

venerdì 10 novembre 2017

I più grandi tiratori da tre: Kerr, Stojakovic e Nash



9 Steve Kerr: come giocatore non valeva Dell Curry, infatti ha sempre giocato meno e segnato meno di lui. Questione atletica. Kerr come Curry non andava mai in lunetta. Però come tiratore forse era addirittura superiore. Le cifre dicono di sì: 45.4% da tre in carriera, anche se su 1.8 tentativi a partita. Perché Kerr tirava così poco: limiti fisici lo condizionavano in difesa o nel liberarsi al tiro, un limite tecnico era il passaggio, mediocre per un aspirante point-man, limitandone il minutaggio. Tuttavia i quasi tre tiri da due di media sono stati tiri buttati via. In ogni caso, a supporto della sua posizione tra i migliori tiratori di sempre, ci sono due stagioni da primo assoluto nel tiro da tre con il 1994/95 chiuso al 52.4%, e quattro stagioni condotte oltre il 50%.

giovedì 9 novembre 2017

Porzingis ed Embiid: la coppia che Philadelphia non ha composto

Ci sono momenti in cui Sam Hinkie, il costruttore dell'ardito progetto di Philadelphia, il famoso Processo sbandierato di continuo da Joel Embiid, appare un genio assoluto. È ce ne sono altri in cui è normale chiedersi che cosa avesse in testa o in cui comunque ha commesso errori madornali. La questione viene alla luce oggi ovvero quando il suo successore Bryan Colangelo si trova alle prese con la necessità di cedere Jahil Okafor prima che il suo contratto scada a giugno e diventi free-agent senza restrizione, un giocatore che andrà via gratis dopo che su di lui Hinkie aveva speso la chiamata numero 3 del draft del 2015.

lunedì 6 novembre 2017

I migliori tiratori da tre di sempre: Scott, Curry padre e il Grande Drazen

12 Dennis Scott: “3D” negli anni di Orlando era un devastante tiratore da tre, ovviamente funzionale alla presenza di Shaquille O’Neal in post basso e anche a quella di Penny Hardaway. Quando Orlando raggiunse la Finale NBA nel 1995, lui ebbe la miglior stagione al tiro con il 42.6% su 5.7 tentativi. L’anno dopo quando i Magic arrivarono alla finale di conference contro i Bulls delle 72 vittorie, lui tirò 7.7 triple di media con il 42.5%. Non è mai stato in forma fisica, ma è sempre stato un tiratore fortissimo. 

sabato 4 novembre 2017

I più grandi tiratori della storia: Davis, Green e Rice (2)



15 Hubert Davis: uscito da North Carolina, ha avuto i suoi anni migliori ai Knicks. Oggi sarebbe stato valorizzato molto di più. Ha avuto il 44.1% in carriera ma su 2.4 tentativi. Ha vinto la classifica del tiro da tre quand’era a Dallas nel 1999/00 con il 49.1% e nei primi nove anni di carriera otto volte è andato oltre il 40%. Non lo ricordano in tanti ma oggi sarebbe usato per tirare almeno 6-7 volte a partita.

mercoledì 1 novembre 2017

Phoenix Suns: storia di un crollo che fa male (All in One)

Nessuno dei 30 club NBA aveva cambiato allenatore in estate, una sorta di record che inevitabilmente  era preludio ad un inverno movimentato. Ma nessuno poteva pensare che Phoenix staccasse la spina ad Earl Watson dopo tre partite.
La tempistica e i modi, quello che il licenziamento ha poi generato - la rottura con Eric Bledsoe - ha scoperchiato la pentola delle critiche nei confronti di Robert Saver, il proprietario del club, e in generale dei Suns. Da un lato Watson - che ha avuto una apprezzata carriera da journeyman nella NBA - era ritenuto una scelta prematura come allenatore e in quanto tale suscettibile di fallimento (la sua esperienza di panchina era un anno e mezzo da assistente quando ha ricevuto l'incarico). Dall'altro il licenziamento è stato ovviamente troppo rapido per essere anche comprensibile. E così è sembrato pensarla anche Bledsoe, finito fuori squadra e in attesa di cessione.

I migliori tiratori da tre punti della storia: da Starks a JR Smith (1)

Come identificare i migliori tiratori da tre punti della storia? Per tentare un’analisi, bisogna partire da un concetto: il tiro da tre esiste dal 1978/79 e inizialmente era considerato un’arma occasionale, da usare con moderazione, poco produttiva. Ha senso tenere in considerazione solo i giocatori emersi dopo il 1980 e stiamo già molto larghi. Ad esempio Andrew Toney, la guardia di Philadelphia ribattezzato “The Boston Strangler”, noto per essere un terrificante tiratore non ha mai segnato più di 39 triple in una stagione. Michael Cooper, che era una versione ante-litteram dei cosiddetti “3-and-D” cioè i difensori che in attacco tirano praticamente solo da tre, al massimo centrò 80 triple nel 1988/89 con il 38.1%. Erano altri tempi. Fred “Downtown” Brown ha segnato 110 canestri da tre punti… in cinque anni ed era famosissimo per il tiro. La prima parte della sua carriera l’ha trascorsa senza il tiro da tre. Nel primo anno di introduzione, quando era considerato un diversivo, Downtown Brown, dei Seattle Supersonics, fu il miglior tiratore della Lega con il 44.3% da tre. Parliamo di 88 tentativi in una stagione, poco più di uno per gara. Qui il tentativo è cercare di equilibrare tra tiratori di precisione e tiratori volumetrici, mediando tra le due caratteristiche considerando che ora si tira molto di più dall’arco.

lunedì 30 ottobre 2017

Phoenix Suns: da Isaiah Thomas a Devin Booker

LA CESSIONE DI THOMAS - Isaiah Thomas aveva 16.4 punti e 4.1 assist di media quando i Suns lo cedettero a Boston piuttosto che resistere e limitarsi alla cessione di Dragic. Thomas era all'inizio di un contratto nuovo, mediocre e con scadenza 2018. Non c'era alcuna necessità di cederlo. Lo scambio venne effettuato con la complicità di Detroit. Girarono alcuni diritti di scelta e i Suns ebbero la chiamata di Cleveland del 2016 che poi sarebbe diventata Skal Labissiere ma a Sacramento.

domenica 29 ottobre 2017

Il crollo dei Suns: l'esperimento dei tre playmaker

Come general manager McDonough, scuola Boston come Darryl Morey di Houston, crede che i point-men non siano mai troppi. I Suns delle 48 vittorie del 2014 avevano due point-man. Dopo aver ripreso Dragic da Houston, Phoenix ottenne Eric Bledsoe dai Clippers all'interno di uno scambio complicatissimo. Nell'estate del 2014, non contento di quanto avesse, McDonough andò a prendere dai Sacramento Kings anche Isaiah Thomas.

Phoenix Suns: la storia di un crollo

Nessuno dei 30 club NBA aveva cambiato allenatore in estate, una sorta di record che inevitabilmente  era preludio ad un inverno movimentato. Ma nessuno poteva pensare che Phoenix staccasse la spina ad Earl Watson dopo tre partite.
La tempistica e i modi, quello che il licenziamento ha poi generato - la rottura con Eric Bledsoe - ha scoperchiato la pentola delle critiche nei confronti di Robert Saver, il proprietario del club, e in generale dei Suns. Da un lato Watson - che ha avuto una apprezzata carriera da journeyman nella NBA - era ritenuto una scelta prematura come allenatore e in quanto tale suscettibile di fallimento (la sua esperienza di panchina era un anno e mezzo da assistente quando ha ricevuto l'incarico). Dall'altro il licenziamento è stato ovviamente troppo rapido per essere anche comprensibile. E così è sembrato pensarla anche Bledsoe, finito fuori squadra e in attesa di cessione.

giovedì 19 ottobre 2017

New York Basketball Stories 2.0: la dinastia dei Marbury



Donald Marbury a Coney Island lo chiamavano “The Major”, il Sindaco, perché aveva personalità e godeva di rispetto negli anni della gioventù. Era un uomo “cool”. I migliori giocatori di Coney Island uscivano sempre da casa sua. Tutti i figli di Donald Marbury arrivavano a giocare in college di prima divisione, prima o poi, ma nessuno di loro era abbastanza disciplinato, forte nella testa o abbastanza bravo per trasformare questo talento in qualcosa di produttivo. Finché non arrivò Stephon.

mercoledì 18 ottobre 2017

Gordon Hayward, la caviglia da 128 milioni di dollari

128 milioni di dollari in quattro anni si sono volatilizzati su un passaggio alley-oop e un contatto con LeBron James che ha determinato una caduta scomposta e la rottura terrificante della caviglia. Una delle visioni più brutte di questi anni quasi come l'infortunio di Paul George in nazionale o quello che ha cambiato la carriera di Shaun Livingston.

D'Antoni può resistere a tutto ma non alle sue idee

Pochi allenatori al mondo sono identificati da uno stile di gioco e un modo di allenare come Mike D'Antoni. La prima partita della stagione è solo questo: una partita. Ma D'Antoni ha subito superato il limite di utilizzo di 32 minuti che aveva concordato con James Harden e Chris Paul (che ha avuto anche qualche problema al ginocchio altrimenti avrebbe giocato anche più di 33 minuti).

domenica 15 ottobre 2017

New York Basketball Stories 2.0: Dollar Bill Bradley



Bradley veniva da un piccolo paese del Missouri, Crystal City, figlio del banchiere locale e di una ex giocatrice dai gusti raffinati che raddoppiava gli impegni scolastici del figlio con lezioni di musica, di lingue straniere, di sport improbabili. Il piccolo Bill era un prodigio a scuola e un giocatore di basket sorprendente. Non aveva talento atletico e non superò i 195 centimetri di statura. A livello professionistico sarebbe stato considerato piccolo e lento. Ma negli anni di Crystal City si allenava senza soluzione di continuità. Non si concedeva un minuto di riposo, di sosta, di svago. Bill Bradley contro il canestro, anche di notte, senza luci, perché migliorava il suo fiuto per il canestro. Lavorava sul palleggio usando occhiali che gli impedissero di guardare il pallone mentre cambiava mano. Passeggiava accanto alle vetrine dei negozi e senza voltare la testa cercava di memorizzare tutto quello che vedeva. Poi tornava indietro per capire cosa gli fosse sfuggito. Allenava la visione periferica.

lunedì 9 ottobre 2017

New York Basketball Stories 2.0: la scomparsa del Falco Hawkins

Nei giorni scorsi è morto a 75 anni Connie Hawkins, Il Falco. Ecco com'era stato descritto in "New York Basketball Stories 2.0".


Una volta ad Harlem assegnarono ad Hawkins il trofeo di MVP di un torneo cui non avrebbe neppure partecipato “perché ad Harlem se dai un titolo di MVP puoi darlo solo ad Hawk”, la geniale spiegazione. Connie ebbe almeno la bontà di presenziare alla cerimonia di consegna del trofeo e poi di giocare l’All-Star Game.
Hawkins era ovviamente un giocatore NBA e anche uno dei migliori, un’ala di 2.03, con apertura di braccia spaziali, che veniva da Beford-Stuyvesant a Brooklyn. Dominava a Rucker Park e anche alla Boys High School di Brooklyn, ma non aveva una buona istruzione, era un ragazzo ingenuo, che un giorno prese 200 dollari da Jack Molinas, sempre lui, senza immaginare fosse contro le regole. Quando l’episodio venne fuori, all’interno di una nuova indagine sulla corruzione nel basket universitario, Hawkins perse la borsa di studio ad Iowa che aveva cercato fino a quel momento di farlo passare per uno studente credibile. E assolutamente non lo era.

Il crollo dell'impero di Don Rick Pitino

Ricordo Rick Pitino ad un predraft camp di Chicago. Al Moody Bible Institute in centro. Aveva appena firmato per i Boston Celtics. Elegantissimo, dietro un canestro. Inavvicinabile. Il gilet bianco, pantaloni scuri, calzini e mocassini bianco latte. Pittoresco. La sua gang era formata da persone che gli dovevano il contratto più alto della loro vita. Lo servivano e riverivano. Era davvero Don Rick, il Padrino.