lunedì 18 luglio 2016

Perché il divorzio tra Dwyane Wade e Miami era diventato inevitabile


Pat Riley ha sempre cercato di creare all'interno delle proprie squadre una sorta di clima da noi contro tutti quelli che sono al di fuori del cerchio magico. Che fossero nemici veri e presunti. Ha fatto così fin da quando allenava i Lakers poi ha accentuato questo stile a New York e Miami. È una strategia che motiva il gruppo e lo unisce. La squadra è una famiglia, il resto sono nemici periferici come li chiama lui. Ma Pat Riley quando si tratta di inseguire uno scopo non si ferma davanti a nulla. Ed è normale che sia cosi. Per quanto abbiano creato un clima di amicizia e divertimento i Warriors non hanno esitato un istante a cancellare Bogut, Ezeli e Barnes quando hanno potuto prendere Durant. È normale. Inciso: Riley non allena Miami ma con Phil Jackson a New York è l'unico executive che rappresenta un club molto più del coach. Erick Spoelstra è un eccellente allenatore ma è una creatura di Riley.  Non sarà mai se stesso finché gli Heat saranno la squadra di Riley.


A Miami, in 20 anni,
Riley ha costruito tre squadre da titolo. La prima con Tim Hardaway e Alonzo Mourning non ha vinto, trovando nell'unica occasione in cui ha superato i Knicks un ostacolo invalicabile nei Bulls di Michael Jordan. La seconda ha vinto il titolo del 2006, costruita attorno al giovane Dwyane Wade. Il suo capolavoro fu convincere Shaquille O'Neal ad accettare per la prima volta in carriera un ruolo da seconda punta. Infatti dei suoi quattro titoli tre li ha vinti da MVP, quello di Miami no. La terza squadra da titolo è stata il capolavoro del 2010 con i Superfriends che giocarono quattro finali vincendone due. Unico caso nella storia in cui un ruolino di marcia del genere va considerato non insufficiente ma sicuramente inferiore alle attese. Riley ovviamente sperava che i tre potessero stare insieme più di quattro anni. Se LeBron non se ne fosse andato, probabilmente Miami avrebbe raggiunto la Finale anche nelle ultime due stagioni. Anche senza lo sfortunato Chris Bosh.
Nel momento in cui LeBron se n'è andato di fatto la simidinastia degli Heat è cessata. Riley impedendo a Bosh di volare via a Houston ha mantenuto una base competitiva ma i problemi di salute di Bosh hanno spazzato via ogni velleità.

Adesso gli Heat sono in una sorta di ricostruzione di fatto sancita dalla rununcia a Luol Deng. Riley ovviamente avrebbe tenuto Wade ma non avrebbe mai sacrificato il futuro del club per lui. Neppure per lui. Spietato forse ma non farà mai come i Celtics con Larry Bird e Kevin McHale o come i Lakers con Kobe Bryant. Per questo ha tentato di pagare Wade il meno possibile, ha atteso il meeting con Durant per fargli una proposta e considerato prioritario trattenere Hassan Whiteside. Fallito l'assalto a Durant, Whiteside è diventato la pietra angolare della ricostruzione. La fuga di Wade un danno di immagine collaterale. Rende la squadra più debole - Wade è stato il miglior giocatore degli Heat nell'ulrima stagione e ha portato Miami ad una gara dalla finale di conference - ma in un'ottica perversa di rifondazione è anche meglio.

Ovviamente Wade ha giocato la sua partita. Incredibile ma vero in tutti i suoi anni a Miami non è mai stato il giocatore più pagato della squadra. Ha fatto sempre i sacrifici maggiori per permettere a Riley di assemblare la miglior squadra possibile. Lui, LeBron e Bosh sacrificarono tutti un po' di soldi per  giocare assieme. Ma Wade lasciò sul piatto 10 milioni. Due anni fa fece un altro sconto importante. Normale si aspettasse una ricompensa. Ma il lavoro di Riley non era questo.

Assemblare il Superteam ha permesso a Wade di vincere altri due titoli quindi il sacrificio è stato giustificato e lui, Wade, dei tre è stato colui che non ha dovuto trasferirsi così cementando la sua posizione di giocatore simbolo della franchigia e dell'intera regione della South Florida. Nessun campione a Miami è stato più amato di lui se non vogliamo riesumare i Dolphins degli anni '60. Neppure Dan Marino che non ha mai vinto il Superbowl. Quindi se Wade pensava legittimamente di meritarsi un trattamento speciale, gli Heat ritengono che i suoi sacrifici economici siano stati comunque ben ricompensati.

Da questa differenza di vedute - legittima - è nato un divorzio clamoroso nel quale nessuno ha creduto fino al momento in cui si è davvero consumato. Ed è un peccato perché Wade meritava di trascorrere tutta la carriera nella sua squadra. Che questo succeda sarà sempre più difficile perché il sistema spinge in altre direzioni e trattenere un campione in eterno ha senso solo se si può puntare al titolo o se lo stesso si sacrifica economicamente per non pesare troppo. A San Antonio, Tim Duncan ha rinunciato a dei soldi e gli Spurs hanno giocato per il titolo fino allo scorso giugno. La conseguenza è che i pochi casi di estrema fedeltà avranno un valore simbolico superiore.

Adesso la grande sfida di Wade è evitare che Chicago sia una semplice appendice alla sua carriera anche se le mosse dei Bulls sono state strane perché prima hanno avviato la ricostruzione e poi hanno agito al contrario firmando Wade e Rajon Rondo sulla cui coesistenza molti nutrono dubbi.
La sfida di Riley è costruire a 71 anni di età un'altra grande edizione dei Miami Heat. Sarà dura per tutti e due.

1 commento:

Nat Asha ha detto...


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