Hakeem Olajuwon, Patrick
Ewing, David Robinson e poi Shaquille O’Neal, Alonzo Mourning e Dikembe Mutombo
hanno costruito l’ultima grande generazione di veri centri, dominanti, prima
che il basket NBA si dirigesse verso nuovi orizzonti, perimetrali riannodando i
fili con le stagioni “controllate” da Michael Jordan. Chi è stato il migliore
di loro e come vanno considerati rispetto ai “predecessori”?
Opinioni, analisi e i miei libri: il mondo del basket americano visto da me di Claudio Limardi
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venerdì 22 dicembre 2017
venerdì 4 agosto 2017
NBA Finals 1994: Hakeem Olajuwon
Quando Olajuwon uscì per
la prima volta dal terminal dello Houston Hobby Airport era forte dei suoi 208
centimetri lungo i quali all’epoca non erano distribuiti più di 80 chili, il
frutto di un’alimentazione incompleta, riso sei volte alla settimana e poco
d’altro. Aveva in tasca l’indirizzo della University of Houston e un pacchetto
di banconote arrotolate e nascoste chissà dove. Fermò un taxi. Prese posto sul
sedile posteriore e con il suo accento africano colpì l’autista come un
fulmine. “Ehi ma tu sei nigeriano come me!”. Il primo contatto di Hakeem
Olajuwon con Houston fu subito fortunato, un segno del destino. Veniva da una
giornata spesa in aereo. Cinque università da visitare, la prima doveva essere
St.John’s, appena sbarcato a New York. Ma era l’ottobre del 1980 e appena mise
la testa fuori dal terminal del JFK nel Queens, una ventata gelida lo rispedì
all’interno. Andò subito al bancone del check-in e si fece anticipare il volo
per Houston, previsto due giorni più tardi. Ricordava che all’ambasciata
americana, dov’era andato per ottenere il visto d’ingresso negli Stati Uniti,
gli avevano detto che New York è freddissima l’inverno e che Houston, per lui
amante del caldo, sarebbe stata molto meglio. E poi Christopher Pond,
l’allenatore americano nato nel North Carolina ma con la vocazione del
missionario in valigia, che l’aveva scoperto ai Campionati Africani juniores
dove guidava il Centrafrica, gli aveva chiesto come favore personale di
considerare Houston prima di qualsiasi altra destinazione, vale a dire North
Carolina State, Georgia, St.John’s e Providence, insomma tutte quelle che
avevano accettato di dare uno sguardo a questo ragazzone di Lagos.
martedì 4 ottobre 2016
Le maglie ritirate dai Rockets prima dell'11 di Yao Ming
Gli Houston Rockets hanno annunciato il ritiro della maglia numero 11 di Yao Ming. E' curioso osservare i nomi dei giocatori che hanno ricevuto lo stesso onore ovvero Rudy Tomjanovich, Calvin Murphy, Hakeem Olajuwon, Clyde Drexler e Moses Malone, più Carroll Dawson.
Rudy Tomjanovich è al di sopra di ogni sospetto. Se c'è stato un personaggio con il quale identificare i Rockets questi è stato Rudy T, prima da giocatore, un bomber, poi da allenatore. I Rockets hanno vinto due titoli e Tomjanovich era il loro allenatore. Robert Horry, che è stato allenato e ha vinto anche con Phil Jackson e Gregg Popovich, l'ha definito il suo allenatore preferito, il migliore che abbia avuto. Ma macabramente nonostante una grande carriera da giocatore e poi da allenatore l'episodio che ne ha circoscritto l'esistenza non ha nulla a che vedere con il basket. Tomjanovich incassò il pugno più devastante nella storia della NBA, dal muscolare dei Lakers, Kermit Washington. Questi stava "discutendo" con Kevin Kunnert: Tomjanovich corse verso il luogo dell'incidente con intenti pacifisti. Washington non lo sapeva: scorse un avversario che correva verso di lui, alle proprie spalle, e lo colpì di incontro.
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