Neanche a Rio de Janeiro il Brasile è riuscito a dare un senso alla sua partecipazione olimpica. I verdeoro non sono saliti sul podio e non sono neppure "usciti" dalla prima fase. Una delusione considerata la squadra infarcita di giocatori NBA (non c'erano Anderson Varejao e Tiago Splitter, ma c'erano Nenè, Barbosa, Neto, Cristiano Felicio) e il fattore campo. La presenza delle Olimpiadi a Rio nel basket è servita tuttavia per riportare alla ribalta la "Mano Santa". Oscar Schmidt. In un'intervista rilasciata a "The Vertical" il grande bomber di San Paolo ha espresso un'opinione fortissima: "Fossi andato nella NBA sarei stato uno dei primi 10 giocatori. Non bastava un uomo per marcarmi, ne sarebbero serviti due". Può sembrare una sparata. In fondo Oscar ha giocato soprattutto negli anni '80 quando nella NBA c'erano Magic, Larry Bird, Kareem, Julius Erving, il giovane Michael Jordan, Isiah Thomas e tanti altri basti pensare a George Gervin, James Worthy, Alex English, Dominique Wilkins, Kevin McHale, Moses Malone... Eppure... eppure Oscar potrebbe anche avere ragione.
Opinioni, analisi e i miei libri: il mondo del basket americano visto da me di Claudio Limardi
martedì 16 agosto 2016
L'incredibile record di Oscar: cinque Olimpiadi in doppia cifra
Neanche a Rio de Janeiro il Brasile è riuscito a dare un senso alla sua partecipazione olimpica. I verdeoro non sono saliti sul podio e non sono neppure "usciti" dalla prima fase. Una delusione considerata la squadra infarcita di giocatori NBA (non c'erano Anderson Varejao e Tiago Splitter, ma c'erano Nenè, Barbosa, Neto, Cristiano Felicio) e il fattore campo. La presenza delle Olimpiadi a Rio nel basket è servita tuttavia per riportare alla ribalta la "Mano Santa". Oscar Schmidt. In un'intervista rilasciata a "The Vertical" il grande bomber di San Paolo ha espresso un'opinione fortissima: "Fossi andato nella NBA sarei stato uno dei primi 10 giocatori. Non bastava un uomo per marcarmi, ne sarebbero serviti due". Può sembrare una sparata. In fondo Oscar ha giocato soprattutto negli anni '80 quando nella NBA c'erano Magic, Larry Bird, Kareem, Julius Erving, il giovane Michael Jordan, Isiah Thomas e tanti altri basti pensare a George Gervin, James Worthy, Alex English, Dominique Wilkins, Kevin McHale, Moses Malone... Eppure... eppure Oscar potrebbe anche avere ragione.
sabato 13 agosto 2016
New York Basketball Stories 2.0: Let's Go To Coney Island
Dicono i locali che quando arrivi a Coney Island in un
attimo lo sanno tutti. Per quanto sia grande e popolata, Coney Island non ha
misteri. Arrivi qui solo perché ci vivi o per un motivo preciso. Non puoi dire
di essere di passaggio perché da Coney Island non si va da nessun’altra parte.
Coney è la sezione meridionale di Brooklyn, una volta famosa per la ruota
panoramica lungo Boardwalk, la passeggiata che affianca la spiaggia, e per
Nathan’s, un ristorante specializzato in hot dog che poi si è trasformato in
una sorta di catena con punti vendita sparsi un po’ ovunque. Per anni Coney
Island è stata un sobborgo abitato da emigrati europei, molti italiani, poi
anche tanti est europei soprattutto russi e infine, gradualmente, ha cambiato
colore ed è diventato una zona abitata per lo più da afroamericani.
venerdì 12 agosto 2016
Il Grande Spencer Haywood, dall'oro olimpico a Venezia
In giorni Olimpici, The Undefeated, il bellissimo sito
vicino a tematiche sociali vicine al mondo afroamericano, uno spinoff di ESPN,
ha pubblicato una bellissima intervista a Spencer Haywood centrata sulla sua
storia personale e la sua partecipazione alle Olimpiadi di Città del Messico
nel 1968. La storia di Haywood è struggente: cresciuto nel Mississippi rurale
fino a 15 anni la sua unica occupazione era raccogliere cotone. Non c’era più
la schiavitù ma lui non si è mai sentito nulla di più che uno schiavo a quei
tempi. Quando il clima a casa diventò pesante e il giovane Spencer conobbe
anche la prigione, la madre lo spedì a Detroit dove imparò a leggere e scrivere
meglio, dove la sua carriera di giocatore ebbe un’accelerazione. Nel 1968, anno
della contestazione, molti afroamericani rinunciarono alle Olimpiadi di
protesta. Tra questi anche Kareem Abdul-Jabbar. La squadra di basket rimase
decapitata per tanti motivi. Haywood ne diventò l’inattesa star, il
capocannoniere, l’uomo della medaglia d’oro. Quando tornò a casa temeva una
cattiva accoglienza da parte della gente di colore perché non aveva realizzato
il significato sociale della partecipazione ai Giochi di un afroamericano. I
velocisti Tommy Smith e John Carlos alzarono il pugno guantato di nero sul
podio disattendendo perfino le raccomandazioni di Jesse Owens, reclutato per
calmare gli animi. Haywood temeva una contestazione invece fu abbracciato come
un eroe. In seguito, si rivolse al tribunale per ottenere di passare al
professionismo in anticipo. Fu lui a cambiare la regola che impediva di andare
nella NBA prima di quattro anni dal “debutto” al college. Per questo vorrebbe
si chiamasse “Haywood Rule”. Gli diedero ragione perché era povero in canna e
andare nella NBA gli serviva per sopravvivere. Giocò a Denver nella ABA, diventò
una star conclamata a Seattle, poi a New York anche se in una edizione dei
Knicks inferiore alle sue possibilità in cui doveva dividersi gli spazi con Bob
McAdoo. Lo cedettero ai Jazz. A fine carriera avrebbe avuto 20.3 punti di
media. Era una stella vera. E giocò in Italia, a Venezia.
mercoledì 10 agosto 2016
Russell Westbrook: la scelta rigenerante e la candidatura a MVP
Se Russell Westbrook avesse deciso di lasciare Oklahoma City all'indomani della fuga di Kevin Durant di fatto avrebbe messo al tappeto un'intera organizzazione. Ma nessuno avrebbe potuto accusarlo di alto tradimento. Durant gli ha servito un assist. Avrebbe potuto andare a scadenza e scegliere la nuova destinazione. Neppure uno scambio gli avrebbe forzato la mano. Anzi essendo subordinato ad un suo impegno successivo avrebbe potuto scegliersi la squadra in anticipo. Che abbia scelto anche dopo la defezione di Kevin Durant di impegnarsi con OKC rinunciando allo status di free-agent è stato rigenerante dopo un'estate di scelte economiche o di comodo.
NY Basketball Stories: la storia di Earl The Pearl Monroe
Earl Monroe veniva da Philadelphia, figlio di un
cantante e lui stesso con il pallino della musica al punto che la sua
professione, nel dopo basket, è stata quella di discografico. Il baseball era
stato il suo primo amore e fino a 14 anni di età non ha praticamente mai preso
in mano un pallone da basket. Ma era già alto 1.85 e quando alla John Bartram
High School di Philadelphia se ne resero conto lo portarono di forza in campo.
A Bartram High, Monroe giocò tutti i ruoli, guardia, ala ma soprattutto centro.
Crebbe ancora un po’ ma solo fino a 191 centimetri e gradualmente spostò il suo
gioco sempre più distante dal canestro.
lunedì 8 agosto 2016
I Knicks del '70 su NY Stories 2.0: Dick "Fall Back Baby" Barnett
Nella gara 7 della Finale del 1970, Dick Barnett segnò 21 punti “silenziosi”. Di tutti i giocatori del quintetto dei Knicks del 1970, Barnett è sempre stato storicamente il meno menzionato, per quanto anche la sua maglia sia stata ritirata. Nel 1970, Barnett aveva 33 anni ed era un giocatore in parte declinante. Prodotto dell’Indiana, arrivò nella NBA nel 1959: fu scelto dai Syracuse Nationals prima che a farlo fossero i Knicks. Era una guardia esplosiva in attacco, con un tiro mancino strano, con le gambe piegate all’altezza delle ginocchia, ma sapeva anche difendere, come avrebbe dimostrato nei Knicks.
domenica 7 agosto 2016
Walt "Clyde " Frazier, il più grande Knick di tutti i tempi
Reed fu nominato MVP della finale sulla scia della
straordinaria prova di coraggio fornita in gara 7 ma come ebbe a dire anche
Chamberlain, forse per una sorta di autodifesa (in fondo avrebbe dovuto essere
lui ad approfittare della condizioni fisiche menomate di Reed), può non essere
il miglior giocatore un uomo che segna 36 punti e distribuisce 19 assist? Quel
giocatore era Walt Frazier, scelto nel draft del 1967, l’ultimo curato da Red
Holzman come scout.
venerdì 5 agosto 2016
Abdul-Jeelani: il suo primo allenamento a Livorno
Tifavo per l’”altra” squadra di Livorno quindi da bambino
per me Qadir Abdul-Jeelani (qui erroneamente pensavamo tutti che Abdul fosse il
nome sia pure musulmano) era un avversario. Ma ero soprattutto un appassionato
di basket e posso dire che nel 1981, quando la Libertas Livorno ritornò in A2,
ero al palasport ad assistere, con altre 3.500 persone almeno, al primo
allenamento livornese di Abdul-Jeelani. Il primo tiro, casuale, andò dentro e fu accolto da un boato. Era un colpo senza precedenti. Una
neopromossa aveva messo le mani su uno dei migliori americani del campionato,
uno che aveva giocato nella NBA anche la stagione precedente, a Dallas.
Abdul-Jeelani una volta aveva segnato 30 punti in una gara NBA ed era stato l’autore
del primo canestro nella storia dei Mavericks. A Portland aveva avuto un anno
da 9.4 punti di media. A Dallas, lo chiamavano “Mr. Fourth Quarter”. Era un
realizzatore e poteva prendere fuoco in un attimo. Segnò 21 punti contro i
Knicks in un quarto periodo. Ma Dallas era una franchigia di espansione e
Abdul-Jeelani era un journeyman. Il leggendario Zander Hollander lo descriveva
così: “Forse l’avete conosciuto con il nome di Gary Cole, più probabilmente non
l’avete conosciuto affatto”. Ma in Italia non era così.
Carmelo Anthony, la caccia al record di ori olimpici (e non solo)
Quando si parla di NBA, Carmelo Anthony dev’essere definito
una delle grandi star che non hanno mai trasformato contratti (230 milioni di dollari di guadagni quando scadrà l'attuale accordo con i Knicks), reputazione e
statistiche in vittorie. Melo arrivò nella NBA nei leggendari draft del 2003.
LeBron James e Dwyane Wade hanno vinto tre titoli NBA, lui non ha mai giocato
una Finale. Il massimo che gli sia riuscito è stata una finale di conference a
Denver.
Ma quando si parla di Nazionale, Carmelo può legittimamente
considerarsi uno dei giocatori più significativi della storia. A Rio diventerà
il primo giocatore americano a disputare la quarta Olimpiade: è un record.
giovedì 4 agosto 2016
Willis Reed, la grande storia dell'eroismo: 8 maggio 1970
L’8 maggio 1970 New York si risvegliò in preda alla
tensione. A inizio stagione la tv che trasmetteva le partite dei Knickerbockers
contava 5.000 abbonati. Ad aprile erano diventati 40.000. I Knicks erano la
storia del giorno. Pur essendo una delle squadre originali della NBA, impegnati
addirittura nella prima partita della storia nel 1946 a Toronto, e
tradizionalmente molto forti, non avevano mai vinto un titolo.
mercoledì 3 agosto 2016
Quando vidi la nascita del Dream Team a Portland
Nel 1992 ero inviato a Portland per il debutto del Dream
Team. Gli USA non erano i campioni in carica e non erano neppure i campioni del
Mondo. Quindi la più celebrata squadra della storia dovette qualificarsi per le
Olimpiadi di Barcellona attraverso il Preolimpico della zona americana, appunto
a Portland. Era la prima volta che i giocatori della NBA erano ammessi alle
Olimpiadi. Fu una svolta epocale. I grandi giocatori NBA smisero di essere solo
personaggi televisivi riservati ai super appassionati. Diventarono star
planetarie. Il brand NBA esplose in tutto il mondo. E gli stessi giocatori
europei da quel momento cominciarono a guardare alla NBA come ad un obiettivo
non un mondo isolato. Le stesse squadre NBA iniziarono il percorso che ci ha
portato ai 100 stranieri presenti nella NBA, molti da protagonisti e qualcuno
da star conclamata come Pau Gasol o Dirk Nowitzki. Come Manu Ginobili. Fino ad
allora l'interesse per gli europei era stato sporadico e macchiato di
perplessità. Nel 1992 aveva già sfondato Vlade Divac, stava sfondando Drazen
Petrovic, si era affermato Sarunas Marciulionis e Toni Kukoc era oggetto di feroce
corteggiamento. Più da parte del general manager dei Bulls, Jerry Krause, che
dei Bulls intesi come club. Quella è la data in cui tutto cominciò a cambiare.
Dodici anni dopo gli USA arrivarono solo terzi alle Olimpiadi di Atene.
Chiamarono Jerry Colangelo e Mike Krzyzewski a rimettere in piedi la squadra
americana. Nel 2006 Coach K sbagliò ancora tantissimo, fece troppo poco
scouting e troppa poca zona. Gli USA persero la semifinale con la Grecia. Dalla
finale per il terzo posto cominciò la striscia di vittorie attuale. Dal 2004
probabilmente non c’è stata un’Olimpiade in cui siano arrivati così nettamente
favoriti per l’oro. La sensazione è che il gap si stia nuovamente ampliando
perché la concorrenza è meno temibile di qualche anno fa e gli USA adesso si
muovono con serietà e programmazione.
martedì 2 agosto 2016
New York Basketball Stories 2.0: perché Ben Simmons è un prodotto di New York
Dave Simmons negli anni ’80 era un terrificante
rimbalzista, un duro uscito dal più duro di tutti i posti. Da South Bronx. Nato
nel 1963, 2.05 di statura, ala forte e centro, più forza e aggressività che
talento. Era abbastanza bravo da fare la star a South Bronx High School ma non
abbastanza da richiamare l’attenzione dei grandi college. Per questo andò a Oklahoma
City Community College e poi si imbarcò in una breve carriera in Venezuela. La
svolta della sua vita avvenne un giorno estivo del 1989. Venne invitato a
giocare in una squadra di giro in Australia e pensò che sarebbe stato
intelligente accettare. Quando mai sarebbe potuto andare in Australia? Venne
notato da Lindsay Gaze, uno dei grandi coach del basket australiano e padre di
Andrew Gaze, strepitoso bomber che aveva portato Seton Hall alla finale NCAA
del 1989. Gaze gli offrì un contratto con i Melbourne Tigers. Pensava di
restare un altro anno. Dall’Australia non sarebbe più andato via.
Draymond Green, la linea sottile che lo separa da Dennis Rodman
Quando parla Draymond Green è una persona articolata, che elabora e non ha problemi ad assumersi le proprie responsabilità. Ma ci sono dei limiti al perdono e verrà presto il giorno in cui persino i Golden State Warriors dovranno porsi delle domande se ogni notizia riguardante Green continuerà ad essere una brutta notizia.
Green è un grande giocatore, unico nel suo genere, un'ala forte sottodimensionata che fisicamente non va sotto contro nessuno anche quando gioca centro, può portare palla, passarla e tirare da tre. Gara 7 della Finale NBA è stata la più grande partita della sua carriera. Avrebbe meritato di vincerla. Green è stato una seconda scelta: i Warriors nello stesso draft puntarono tutto su Harrison Barnes e al numero 30 gli preferirono Festus Ezeli. Furono bravi a sceglierlo ma quando chiami qualcuno al numero 35 ed è il terzo giocatore che scegli non puoi raccontare di aver visto cose che gli altri non avevano visto. Rapidamente, il centro sovrappeso di Michigan State, è diventato un "point forward" multidimensionale che ha costretto tutte le squadre NBA a cercare un modo per neutralizzare la sua presenza e quello che significa in un quintetto "small".
lunedì 1 agosto 2016
New York Basketball Stories 2.0: Mel Davis
Da "New York Basketball Stories 2.0".
Mel Davis veniva da Bed-Stuy a Brooklyn e poi alla Boys High School da dove sono passati altri grandi giocatori. Il problema è che la scuola si trova in un autentico ghetto, con droga, prostituzione, lotterie clandestine dappertutto. Viveva davanti ad un’impresa di pompe funebri e sembrava ci fosse un funerale al giorno.
La grande improvvisazione dei Bulls di Jimmy Butler
I Chicago Bulls vengono da una stagione catastrofica in cui sono stati forse il più "disfunctional team" di tutta la NBA, con un coach promettente come Fred Hoiberg, probabilmente non ancora pronto per gestire uno spogliatoio complicato, diviso dall'ascesa di Jimmy Butler, e un roster indebolito dalle 68 partite di assenza di Joakim Noah, l'ancora della difesa. Le prime mosse della post-season sono state una dichiarazione chiara di smobilitazione. La cessione di Derrick Rose a New York poi la rinuncia senza condizioni a Noah e allo stesso Pau Gasol, poi le voci riguardanti la cessione dello stesso Butler sembravano operazioni in puro stile Sixers.
E infine è cambiato tutto. Difficile pensare ad un disegno preordinato, più probabile che i Bulls abbiano banalmente cambiato rotta cogliendo l'attimo. Se non avessero avuto la possibilità di prendere Dwyane Wade ovvero una delle più brillanti stelle NBA degli ultimi 15 anni ma soprattutto un prodotto di Chicago con ogni probabilità avrebbero ricostruito. Invece hanno tenuto Butler e aggiunto Rajon Rondo componendo una squadra da "win now". Di solito queste operazioni si rivelano inefficaci o addirittura catastrofiche. I Bulls sperano che in una Eastern conference con un solo team inarrivabile possano diventare squadra da finale di conference o comunque abbastanza competitiva da poter poi usare la stagione e il carisma di Wade per rastrellare un free-agent del primo livello tra un anno. Può funzionare?
sabato 30 luglio 2016
New York Basketball Stories 2.0: Lloyd il sopravvissuto
Era l’11 maggio del 1989. Le 2.10 di mattina, sulla 203rd street nella
sezione di St.Albans nel Queens. Daniels stava rientrando nell’appartamento
della nonna quando venne raggiunto da tre proiettili. Uno lo colpì al petto,
uno attraverso il lato destro del collo e un terzo alla spalla sinistra. Era un
regolamento di conti: Daniels, secondo gli aggressori, aveva rubato alcune
fiale di crack. La notizia della sparatoria fece il giro d’America soprattutto
a New York.
venerdì 29 luglio 2016
New York Basketball Stories 2.0: c'era una volta Lloyd Daniels
...Daniels tirava da ogni posizione, usava il tabellone
come se il pallone fosse telecomandato, portava palla come Magic Johnson e la
passava con un istinto stupefacente. Talento alla mano era un predestinato.
Dicono che al playground distruggesse regolarmente Rod Strickland, futura
stella NBA (New York, San Antonio, Portland) ma non era vero. “Ho giocato con
Rod una volta sola ed eravamo nella stessa squadra, la gente esagera”, fu la
sua ammissione. Come quando dissero di averlo visto fare un doppio 42, punti e
rimbalzi, nella stessa partita. “I rimbalzi erano 22”, fu la correzione.
giovedì 28 luglio 2016
Perché Amar'e Stoudemire appartiene ai Suns non ai Knicks
Amar'e Stoudemire ha chiesto di potersi ritirare a neanche 34 anni come
membro dei New York Knicks. È stato accontentato anche se non si era mai
ravvisato un suo tale livello di identificazione con la squadra di New York. Insomma
Stoudemire non è mai stato Patrick Ewing o Charles Oakley. Ma resta
curioso che sia successo, quando i suoi primi otto anni di carriera a
Phoenix sono stati certamente più significativi.
Nell'estate del 2010 Stoudemire era una delle grandi stelle disponibili sul mercato. I tre più richiesti andarono tutti a Miami (ovviamente LeBron, DWade, Chris Bosh). Stoudemire fu il premio di consolazione per i Knicks. Nessun altro club era disposto a dargli 100 milioni di dollari di contratto non assicurabile a causa delle condizioni crinicamente pessime delle ginocchia. Ma i Knicks non potevano restare a mani vuote e dovettero ingoiare il rospo sapendo che Amar'e non avrebbe mai dato più di due o tre anni di grande basket.
Nell'estate del 2010 Stoudemire era una delle grandi stelle disponibili sul mercato. I tre più richiesti andarono tutti a Miami (ovviamente LeBron, DWade, Chris Bosh). Stoudemire fu il premio di consolazione per i Knicks. Nessun altro club era disposto a dargli 100 milioni di dollari di contratto non assicurabile a causa delle condizioni crinicamente pessime delle ginocchia. Ma i Knicks non potevano restare a mani vuote e dovettero ingoiare il rospo sapendo che Amar'e non avrebbe mai dato più di due o tre anni di grande basket.
mercoledì 27 luglio 2016
New York Basketball Stories 2.0: Nate Archibald da South Bronx
Un rumore di sottofondo. Sempre più pressante. Un
brusio che in breve diventò un boato. "Tiny is here. Now the real fun is starting". Anni '70. L'attività
estiva a Rucker Park era al top dell'energia anche se allora era tutto
semiclandestino, le notizie si diffondevano con il passaparola e il consumismo
non si era impossessato ancora dei playground. Era tutto più affascinante. Nate
Archibald era un fedelissimo della scena estiva newyorkese. Che includeva
questo fantastico torneo tra squadre provenienti da diverse città d'America.
L'obiettivo era capire chi avesse la squadra di basket da strada
migliore. Il team di New York dipendeva da Archibald. Ma quella sera,
avversaria Chicago, Archibald era assente ingiustificato. Le cose andavano
male. Chicago era in controllo della partita. Più 13 nel cuore del secondo
tempo. Poi un brusio. Poi un boato. Infine un'esplosione. Tiny is here.
martedì 26 luglio 2016
Le analogie tra la scelta di Higuain e quella di Durant
C'è un incredibile livello di somiglianza tra il passaggio di Gonzalo Higuain alla Juventus e quello di Kevin Durant ai Golden State Warriors. Entrambi hanno optato per scelte strettamente professionali: sono andati semplicemente nella squadra che garantiva la situazione migliore. Migliore per loro. In questo caso non essendo una questione di soldi, ambedue hanno scelto di giocare nel club che offriva le migliori possibilità di vittoria.
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