martedì 16 agosto 2016

L'incredibile record di Oscar: cinque Olimpiadi in doppia cifra


Neanche a Rio de Janeiro il Brasile è riuscito a dare un senso alla sua partecipazione olimpica. I verdeoro non sono saliti sul podio e non sono neppure "usciti" dalla prima fase. Una delusione considerata la squadra infarcita di giocatori NBA (non c'erano Anderson Varejao e Tiago Splitter, ma c'erano Nenè, Barbosa, Neto, Cristiano Felicio) e il fattore campo. La presenza delle Olimpiadi a Rio nel basket è servita tuttavia per riportare alla ribalta la "Mano Santa". Oscar Schmidt. In un'intervista rilasciata a "The Vertical" il grande bomber di San Paolo ha espresso un'opinione fortissima: "Fossi andato nella NBA sarei stato uno dei primi 10 giocatori. Non bastava un uomo per marcarmi, ne sarebbero serviti due". Può sembrare una sparata. In fondo Oscar ha giocato soprattutto negli anni '80 quando nella NBA c'erano Magic, Larry Bird, Kareem, Julius Erving, il giovane Michael Jordan, Isiah Thomas e tanti altri basti pensare a George Gervin, James Worthy, Alex English, Dominique Wilkins, Kevin McHale, Moses Malone... Eppure... eppure Oscar potrebbe anche avere ragione.

sabato 13 agosto 2016

New York Basketball Stories 2.0: Let's Go To Coney Island




Dicono i locali che quando arrivi a Coney Island in un attimo lo sanno tutti. Per quanto sia grande e popolata, Coney Island non ha misteri. Arrivi qui solo perché ci vivi o per un motivo preciso. Non puoi dire di essere di passaggio perché da Coney Island non si va da nessun’altra parte. Coney è la sezione meridionale di Brooklyn, una volta famosa per la ruota panoramica lungo Boardwalk, la passeggiata che affianca la spiaggia, e per Nathan’s, un ristorante specializzato in hot dog che poi si è trasformato in una sorta di catena con punti vendita sparsi un po’ ovunque. Per anni Coney Island è stata un sobborgo abitato da emigrati europei, molti italiani, poi anche tanti est europei soprattutto russi e infine, gradualmente, ha cambiato colore ed è diventato una zona abitata per lo più da afroamericani.

venerdì 12 agosto 2016

Il Grande Spencer Haywood, dall'oro olimpico a Venezia



In giorni Olimpici, The Undefeated, il bellissimo sito vicino a tematiche sociali vicine al mondo afroamericano, uno spinoff di ESPN, ha pubblicato una bellissima intervista a Spencer Haywood centrata sulla sua storia personale e la sua partecipazione alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968. La storia di Haywood è struggente: cresciuto nel Mississippi rurale fino a 15 anni la sua unica occupazione era raccogliere cotone. Non c’era più la schiavitù ma lui non si è mai sentito nulla di più che uno schiavo a quei tempi. Quando il clima a casa diventò pesante e il giovane Spencer conobbe anche la prigione, la madre lo spedì a Detroit dove imparò a leggere e scrivere meglio, dove la sua carriera di giocatore ebbe un’accelerazione. Nel 1968, anno della contestazione, molti afroamericani rinunciarono alle Olimpiadi di protesta. Tra questi anche Kareem Abdul-Jabbar. La squadra di basket rimase decapitata per tanti motivi. Haywood ne diventò l’inattesa star, il capocannoniere, l’uomo della medaglia d’oro. Quando tornò a casa temeva una cattiva accoglienza da parte della gente di colore perché non aveva realizzato il significato sociale della partecipazione ai Giochi di un afroamericano. I velocisti Tommy Smith e John Carlos alzarono il pugno guantato di nero sul podio disattendendo perfino le raccomandazioni di Jesse Owens, reclutato per calmare gli animi. Haywood temeva una contestazione invece fu abbracciato come un eroe. In seguito, si rivolse al tribunale per ottenere di passare al professionismo in anticipo. Fu lui a cambiare la regola che impediva di andare nella NBA prima di quattro anni dal “debutto” al college. Per questo vorrebbe si chiamasse “Haywood Rule”. Gli diedero ragione perché era povero in canna e andare nella NBA gli serviva per sopravvivere. Giocò a Denver nella ABA, diventò una star conclamata a Seattle, poi a New York anche se in una edizione dei Knicks inferiore alle sue possibilità in cui doveva dividersi gli spazi con Bob McAdoo. Lo cedettero ai Jazz. A fine carriera avrebbe avuto 20.3 punti di media. Era una stella vera. E giocò in Italia, a Venezia.

mercoledì 10 agosto 2016

Russell Westbrook: la scelta rigenerante e la candidatura a MVP

Se Russell Westbrook avesse deciso di lasciare Oklahoma City all'indomani della fuga di Kevin Durant di fatto avrebbe messo al tappeto un'intera organizzazione. Ma nessuno avrebbe potuto accusarlo di alto tradimento. Durant gli ha servito un assist. Avrebbe potuto andare a scadenza e scegliere la nuova destinazione. Neppure uno scambio gli avrebbe forzato la mano. Anzi essendo subordinato ad un suo impegno successivo avrebbe potuto scegliersi la squadra in anticipo. Che abbia scelto anche dopo la defezione di Kevin Durant di impegnarsi con OKC rinunciando allo status di free-agent è stato rigenerante dopo un'estate di scelte economiche o di comodo.

NY Basketball Stories: la storia di Earl The Pearl Monroe



Earl Monroe veniva da Philadelphia, figlio di un cantante e lui stesso con il pallino della musica al punto che la sua professione, nel dopo basket, è stata quella di discografico. Il baseball era stato il suo primo amore e fino a 14 anni di età non ha praticamente mai preso in mano un pallone da basket. Ma era già alto 1.85 e quando alla John Bartram High School di Philadelphia se ne resero conto lo portarono di forza in campo. A Bartram High, Monroe giocò tutti i ruoli, guardia, ala ma soprattutto centro. Crebbe ancora un po’ ma solo fino a 191 centimetri e gradualmente spostò il suo gioco sempre più distante dal canestro.

lunedì 8 agosto 2016

I Knicks del '70 su NY Stories 2.0: Dick "Fall Back Baby" Barnett



Nella gara 7 della Finale del 1970, Dick Barnett segnò 21 punti “silenziosi”. Di tutti i giocatori del quintetto dei Knicks del 1970, Barnett è sempre stato storicamente il meno menzionato, per quanto anche la sua maglia sia stata ritirata. Nel 1970, Barnett aveva 33 anni ed era un giocatore in parte declinante. Prodotto dell’Indiana, arrivò nella NBA nel 1959: fu scelto dai Syracuse Nationals prima che a farlo fossero i Knicks. Era una guardia esplosiva in attacco, con un tiro mancino strano, con le gambe piegate all’altezza delle ginocchia, ma sapeva anche difendere, come avrebbe dimostrato nei Knicks. 

domenica 7 agosto 2016

Walt "Clyde " Frazier, il più grande Knick di tutti i tempi



Reed fu nominato MVP della finale sulla scia della straordinaria prova di coraggio fornita in gara 7 ma come ebbe a dire anche Chamberlain, forse per una sorta di autodifesa (in fondo avrebbe dovuto essere lui ad approfittare della condizioni fisiche menomate di Reed), può non essere il miglior giocatore un uomo che segna 36 punti e distribuisce 19 assist? Quel giocatore era Walt Frazier, scelto nel draft del 1967, l’ultimo curato da Red Holzman come scout.

venerdì 5 agosto 2016

Abdul-Jeelani: il suo primo allenamento a Livorno



 Tifavo per l’”altra” squadra di Livorno quindi da bambino per me Qadir Abdul-Jeelani (qui erroneamente pensavamo tutti che Abdul fosse il nome sia pure musulmano) era un avversario. Ma ero soprattutto un appassionato di basket e posso dire che nel 1981, quando la Libertas Livorno ritornò in A2, ero al palasport ad assistere, con altre 3.500 persone almeno, al primo allenamento livornese di Abdul-Jeelani. Il primo tiro, casuale, andò dentro e fu accolto da un boato. Era un colpo senza precedenti. Una neopromossa aveva messo le mani su uno dei migliori americani del campionato, uno che aveva giocato nella NBA anche la stagione precedente, a Dallas. Abdul-Jeelani una volta aveva segnato 30 punti in una gara NBA ed era stato l’autore del primo canestro nella storia dei Mavericks. A Portland aveva avuto un anno da 9.4 punti di media. A Dallas, lo chiamavano “Mr. Fourth Quarter”. Era un realizzatore e poteva prendere fuoco in un attimo. Segnò 21 punti contro i Knicks in un quarto periodo. Ma Dallas era una franchigia di espansione e Abdul-Jeelani era un journeyman. Il leggendario Zander Hollander lo descriveva così: “Forse l’avete conosciuto con il nome di Gary Cole, più probabilmente non l’avete conosciuto affatto”. Ma in Italia non era così.

Carmelo Anthony, la caccia al record di ori olimpici (e non solo)


Quando si parla di NBA, Carmelo Anthony dev’essere definito una delle grandi star che non hanno mai trasformato contratti (230 milioni di dollari di guadagni quando scadrà l'attuale accordo con i Knicks), reputazione e statistiche in vittorie. Melo arrivò nella NBA nei leggendari draft del 2003. LeBron James e Dwyane Wade hanno vinto tre titoli NBA, lui non ha mai giocato una Finale. Il massimo che gli sia riuscito è stata una finale di conference a Denver.
Ma quando si parla di Nazionale, Carmelo può legittimamente considerarsi uno dei giocatori più significativi della storia. A Rio diventerà il primo giocatore americano a disputare la quarta Olimpiade: è un record. 

giovedì 4 agosto 2016

Willis Reed, la grande storia dell'eroismo: 8 maggio 1970



L’8 maggio 1970 New York si risvegliò in preda alla tensione. A inizio stagione la tv che trasmetteva le partite dei Knickerbockers contava 5.000 abbonati. Ad aprile erano diventati 40.000. I Knicks erano la storia del giorno. Pur essendo una delle squadre originali della NBA, impegnati addirittura nella prima partita della storia nel 1946 a Toronto, e tradizionalmente molto forti, non avevano mai vinto un titolo.

mercoledì 3 agosto 2016

Quando vidi la nascita del Dream Team a Portland




Nel 1992 ero inviato a Portland per il debutto del Dream Team. Gli USA non erano i campioni in carica e non erano neppure i campioni del Mondo. Quindi la più celebrata squadra della storia dovette qualificarsi per le Olimpiadi di Barcellona attraverso il Preolimpico della zona americana, appunto a Portland. Era la prima volta che i giocatori della NBA erano ammessi alle Olimpiadi. Fu una svolta epocale. I grandi giocatori NBA smisero di essere solo personaggi televisivi riservati ai super appassionati. Diventarono star planetarie. Il brand NBA esplose in tutto il mondo. E gli stessi giocatori europei da quel momento cominciarono a guardare alla NBA come ad un obiettivo non un mondo isolato. Le stesse squadre NBA iniziarono il percorso che ci ha portato ai 100 stranieri presenti nella NBA, molti da protagonisti e qualcuno da star conclamata come Pau Gasol o Dirk Nowitzki. Come Manu Ginobili. Fino ad allora l'interesse per gli europei era stato sporadico e macchiato di perplessità. Nel 1992 aveva già sfondato Vlade Divac, stava sfondando Drazen Petrovic, si era affermato Sarunas Marciulionis e Toni Kukoc era oggetto di feroce corteggiamento. Più da parte del general manager dei Bulls, Jerry Krause, che dei Bulls intesi come club. Quella è la data in cui tutto cominciò a cambiare. Dodici anni dopo gli USA arrivarono solo terzi alle Olimpiadi di Atene. Chiamarono Jerry Colangelo e Mike Krzyzewski a rimettere in piedi la squadra americana. Nel 2006 Coach K sbagliò ancora tantissimo, fece troppo poco scouting e troppa poca zona. Gli USA persero la semifinale con la Grecia. Dalla finale per il terzo posto cominciò la striscia di vittorie attuale. Dal 2004 probabilmente non c’è stata un’Olimpiade in cui siano arrivati così nettamente favoriti per l’oro. La sensazione è che il gap si stia nuovamente ampliando perché la concorrenza è meno temibile di qualche anno fa e gli USA adesso si muovono con serietà e programmazione.

martedì 2 agosto 2016

New York Basketball Stories 2.0: perché Ben Simmons è un prodotto di New York




Dave Simmons negli anni ’80 era un terrificante rimbalzista, un duro uscito dal più duro di tutti i posti. Da South Bronx. Nato nel 1963, 2.05 di statura, ala forte e centro, più forza e aggressività che talento. Era abbastanza bravo da fare la star a South Bronx High School ma non abbastanza da richiamare l’attenzione dei grandi college. Per questo andò a Oklahoma City Community College e poi si imbarcò in una breve carriera in Venezuela. La svolta della sua vita avvenne un giorno estivo del 1989. Venne invitato a giocare in una squadra di giro in Australia e pensò che sarebbe stato intelligente accettare. Quando mai sarebbe potuto andare in Australia? Venne notato da Lindsay Gaze, uno dei grandi coach del basket australiano e padre di Andrew Gaze, strepitoso bomber che aveva portato Seton Hall alla finale NCAA del 1989. Gaze gli offrì un contratto con i Melbourne Tigers. Pensava di restare un altro anno. Dall’Australia non sarebbe più andato via.

Draymond Green, la linea sottile che lo separa da Dennis Rodman


Quando parla Draymond Green è una persona articolata, che elabora e non ha problemi ad assumersi le proprie responsabilità. Ma ci sono dei limiti al perdono e verrà presto il giorno in cui persino i Golden State Warriors dovranno porsi delle domande se ogni notizia riguardante Green continuerà ad essere una brutta notizia.
Green è un grande giocatore, unico nel suo genere, un'ala forte sottodimensionata che fisicamente non va sotto contro nessuno anche quando gioca centro, può portare palla, passarla e tirare da tre. Gara 7 della Finale NBA è stata la più grande partita della sua carriera. Avrebbe meritato di vincerla. Green è stato una seconda scelta: i Warriors nello stesso draft puntarono tutto su Harrison Barnes e al numero 30 gli preferirono Festus Ezeli. Furono bravi a sceglierlo ma quando chiami qualcuno al numero 35 ed è il terzo giocatore che scegli non puoi raccontare di aver visto cose che gli altri non avevano visto. Rapidamente, il centro sovrappeso di Michigan State, è diventato un "point forward" multidimensionale che ha costretto tutte le squadre NBA a cercare un modo per neutralizzare la sua presenza e quello che significa in un quintetto "small".

lunedì 1 agosto 2016

New York Basketball Stories 2.0: Mel Davis


Da "New York Basketball Stories 2.0".

Mel Davis veniva da Bed-Stuy a Brooklyn e poi alla Boys High School da dove sono passati altri grandi giocatori. Il problema è che la scuola si trova in un autentico ghetto, con droga, prostituzione, lotterie clandestine dappertutto. Viveva davanti ad un’impresa di pompe funebri e sembrava ci fosse un funerale al giorno.

La grande improvvisazione dei Bulls di Jimmy Butler


I Chicago Bulls vengono da una stagione catastrofica in cui sono stati forse il più "disfunctional team" di tutta la NBA, con un coach promettente come Fred Hoiberg, probabilmente non ancora pronto per gestire uno spogliatoio complicato, diviso dall'ascesa di Jimmy Butler, e un roster indebolito dalle 68 partite di assenza di Joakim Noah, l'ancora della difesa. Le prime mosse della post-season sono state una dichiarazione chiara di smobilitazione. La cessione di Derrick Rose a New York poi la rinuncia senza condizioni a Noah e allo stesso Pau Gasol, poi le voci riguardanti la cessione dello stesso Butler sembravano operazioni in puro stile Sixers.
E infine è cambiato tutto. Difficile pensare ad un disegno preordinato, più probabile che i Bulls abbiano banalmente cambiato rotta cogliendo l'attimo. Se non avessero avuto la possibilità di prendere Dwyane Wade ovvero una delle più brillanti stelle NBA degli ultimi 15 anni ma soprattutto un prodotto di Chicago con ogni probabilità avrebbero ricostruito. Invece hanno tenuto Butler e aggiunto Rajon Rondo componendo una squadra da "win now". Di solito queste operazioni si rivelano inefficaci o addirittura catastrofiche. I Bulls sperano che in una Eastern conference con un solo team inarrivabile possano diventare squadra da finale di conference o comunque abbastanza competitiva da poter poi usare la stagione e il carisma di Wade per rastrellare un free-agent del primo livello tra un anno. Può funzionare?

sabato 30 luglio 2016

New York Basketball Stories 2.0: Lloyd il sopravvissuto





Era l’11 maggio del 1989. Le 2.10 di mattina, sulla 203rd street nella sezione di St.Albans nel Queens. Daniels stava rientrando nell’appartamento della nonna quando venne raggiunto da tre proiettili. Uno lo colpì al petto, uno attraverso il lato destro del collo e un terzo alla spalla sinistra. Era un regolamento di conti: Daniels, secondo gli aggressori, aveva rubato alcune fiale di crack. La notizia della sparatoria fece il giro d’America soprattutto a New York. 

venerdì 29 luglio 2016

New York Basketball Stories 2.0: c'era una volta Lloyd Daniels





...Daniels tirava da ogni posizione, usava il tabellone come se il pallone fosse telecomandato, portava palla come Magic Johnson e la passava con un istinto stupefacente. Talento alla mano era un predestinato. Dicono che al playground distruggesse regolarmente Rod Strickland, futura stella NBA (New York, San Antonio, Portland) ma non era vero. “Ho giocato con Rod una volta sola ed eravamo nella stessa squadra, la gente esagera”, fu la sua ammissione. Come quando dissero di averlo visto fare un doppio 42, punti e rimbalzi, nella stessa partita. “I rimbalzi erano 22”, fu la correzione.

giovedì 28 luglio 2016

Perché Amar'e Stoudemire appartiene ai Suns non ai Knicks

Amar'e Stoudemire ha chiesto di potersi ritirare a neanche 34 anni come membro dei New York Knicks. È stato accontentato anche se non si era mai ravvisato un suo tale livello di identificazione con la squadra di New York. Insomma Stoudemire non è mai stato Patrick Ewing o Charles Oakley. Ma resta curioso che sia successo, quando i suoi primi otto anni di carriera a Phoenix sono stati certamente più significativi.
Nell'estate del 2010 Stoudemire era una delle grandi stelle disponibili sul mercato. I tre più richiesti andarono tutti a Miami (ovviamente LeBron, DWade, Chris Bosh). Stoudemire fu il premio di consolazione per i Knicks. Nessun altro club era disposto a dargli 100 milioni di dollari di contratto non assicurabile a causa delle condizioni crinicamente pessime delle ginocchia. Ma i Knicks non potevano restare a mani vuote e dovettero ingoiare il rospo sapendo che Amar'e non avrebbe mai dato più di due o tre anni di grande basket.

mercoledì 27 luglio 2016

New York Basketball Stories 2.0: Nate Archibald da South Bronx




Un rumore di sottofondo. Sempre più pressante. Un brusio che in breve diventò un boato. "Tiny is here. Now the real fun is starting". Anni '70. L'attività estiva a Rucker Park era al top dell'energia anche se allora era tutto semiclandestino, le notizie si diffondevano con il passaparola e il consumismo non si era impossessato ancora dei playground. Era tutto più affascinante. Nate Archibald era un fedelissimo della scena estiva newyorkese. Che includeva questo fantastico torneo tra squadre provenienti da diverse città d'America. L'obiettivo era capire chi avesse la squadra di basket da strada migliore.  Il team di New York dipendeva da Archibald. Ma quella sera, avversaria Chicago, Archibald era assente ingiustificato. Le cose andavano male. Chicago era in controllo della partita. Più 13 nel cuore del secondo tempo. Poi un brusio. Poi un boato. Infine un'esplosione. Tiny is here.

martedì 26 luglio 2016

Le analogie tra la scelta di Higuain e quella di Durant

C'è un  incredibile livello di somiglianza tra il passaggio di Gonzalo Higuain alla Juventus e quello di Kevin Durant ai Golden State Warriors. Entrambi hanno optato per scelte strettamente professionali: sono andati semplicemente nella squadra che garantiva la situazione migliore. Migliore per loro. In questo caso non essendo una questione di soldi, ambedue hanno scelto di giocare nel club che offriva le migliori possibilità di vittoria.