Come identificare i migliori tiratori da tre punti della storia? Per tentare un’analisi, bisogna partire da un concetto: il tiro da tre esiste dal 1978/79 e inizialmente era considerato un’arma occasionale, da usare con moderazione, poco produttiva. Ha senso tenere in considerazione solo i giocatori emersi dopo il 1980 e stiamo già molto larghi. Ad esempio Andrew Toney, la guardia di Philadelphia ribattezzato “The Boston Strangler”, noto per essere un terrificante tiratore non ha mai segnato più di 39 triple in una stagione. Michael Cooper, che era una versione ante-litteram dei cosiddetti “3-and-D” cioè i difensori che in attacco tirano praticamente solo da tre, al massimo centrò 80 triple nel 1988/89 con il 38.1%. Erano altri tempi. Fred “Downtown” Brown ha segnato 110 canestri da tre punti… in cinque anni ed era famosissimo per il tiro. La prima parte della sua carriera l’ha trascorsa senza il tiro da tre. Nel primo anno di introduzione, quando era considerato un diversivo, Downtown Brown, dei Seattle Supersonics, fu il miglior tiratore della Lega con il 44.3% da tre. Parliamo di 88 tentativi in una stagione, poco più di uno per gara. Qui il tentativo è cercare di equilibrare tra tiratori di precisione e tiratori volumetrici, mediando tra le due caratteristiche considerando che ora si tira molto di più dall’arco.
Opinioni, analisi e i miei libri: il mondo del basket americano visto da me di Claudio Limardi
lunedì 20 novembre 2017
sabato 18 novembre 2017
I più grandi tiratori di sempre: Klay, Ray e Steph
3 Klay Thompson:
ovviamente stiamo parlando di un arco di tempo breve (sei stagioni di NBA) e
di una nuova epoca in cui i tiratori da tre punti non solo sono apprezzati ma
addirittura incoraggiati ad esagerare. In questi cinque anni, Thompson è
passato da 4.1 tentativi a 8.1 senza mai scendere sotto il 40%. Siamo già a
cinque stagioni oltre il 40% e il 42.0% in carriera, meglio di Reggie Miller
con 6.5 tentativi di media, una cifra destinata a crescere. Detto che la
vicinanza di Steph Curry rappresenta una combinazione unica – mai visti due
tiratori così nella stessa squadra, come avere Ray Allen e Reggie Miller assieme
-, Thompson è sicuramente da considerare al top come tiratore. Definirlo tra i
primi cinque di sempre può apparire prematuro ma la sensazione è che si tratti
di una collocazione corretta.
domenica 12 novembre 2017
I più grandi tiratori della storia: Redick, Korver e Reggie Miller
6 JJ Redick: potrebbe
essere considerato l’evoluzione della specie rispetto a Curry o Kerr, ovvero
quello che sarebbero stati se fossero nati una generazione dopo. JJ è un po’
più alto e probabilmente veloce di entrambi, ma non è un atleta. Ha il 41.5% da
tre in carriera su 4.4 tentativi ma negli ultimi anni sono stati più di 4.4. A
inizio carriera non aveva la fiducia e lo spazio per imporsi come è accaduto ai
Clippers giocando accanto ad uno dei più grandi passatori della storia come
Chris Paul.
sabato 11 novembre 2017
American Way: quando Nancy Vs Tonya rese popolare il pattinaggio
Gli Stati Uniti sono un paese a cultura polisportiva per cui può capitare che occasionalmente discipline poco note facciano breccia e diventino per un periodo limitato di tendenza. Soprattutto se c'è un grande campione, carismatico, da seguire. Spesso è un bene, qualche volta è un male. Spesso le motivazioni sono positive e qualche volta tutto accade per i motivi sbagliati. Che l'America scopra il nuoto grazie ai record di Michael Phelps è un fatto positivo, che dimentichi l'atletica non avendo più un Carl Lewis o un Michael Johnson da ammirare è negativo, che Ryan Lochte diventi famoso non per le tante vittorie o il ruolo di anti-Phelps che ha interpretato bene ma per il giallo del distributore di benzina a Rio è meno edificante. Nel 1994, a gennaio, l'America scoprì il pattinaggio artistico femminile.
venerdì 10 novembre 2017
I più grandi tiratori da tre: Kerr, Stojakovic e Nash
9 Steve Kerr: come
giocatore non valeva Dell Curry, infatti ha sempre giocato meno e segnato meno
di lui. Questione atletica. Kerr come Curry non andava mai in lunetta. Però
come tiratore forse era addirittura superiore. Le cifre dicono di sì: 45.4% da
tre in carriera, anche se su 1.8 tentativi a partita. Perché Kerr tirava così
poco: limiti fisici lo condizionavano in difesa o nel liberarsi al tiro, un
limite tecnico era il passaggio, mediocre per un aspirante point-man,
limitandone il minutaggio. Tuttavia i quasi tre tiri da due di media sono stati
tiri buttati via. In ogni caso, a supporto della sua posizione tra i migliori
tiratori di sempre, ci sono due stagioni da primo assoluto nel tiro da tre con
il 1994/95 chiuso al 52.4%, e quattro stagioni condotte oltre il 50%.
giovedì 9 novembre 2017
Porzingis ed Embiid: la coppia che Philadelphia non ha composto
Ci sono momenti in cui Sam Hinkie, il costruttore dell'ardito progetto di Philadelphia, il famoso Processo sbandierato di continuo da Joel Embiid, appare un genio assoluto. È ce ne sono altri in cui è normale chiedersi che cosa avesse in testa o in cui comunque ha commesso errori madornali. La questione viene alla luce oggi ovvero quando il suo successore Bryan Colangelo si trova alle prese con la necessità di cedere Jahil Okafor prima che il suo contratto scada a giugno e diventi free-agent senza restrizione, un giocatore che andrà via gratis dopo che su di lui Hinkie aveva speso la chiamata numero 3 del draft del 2015.
lunedì 6 novembre 2017
I migliori tiratori da tre di sempre: Scott, Curry padre e il Grande Drazen
12 Dennis Scott: “3D”
negli anni di Orlando era un devastante tiratore da tre, ovviamente
funzionale alla presenza di Shaquille O’Neal in post basso e anche a
quella di Penny Hardaway. Quando Orlando raggiunse la Finale NBA nel
1995, lui ebbe la miglior stagione al tiro con il 42.6% su 5.7
tentativi. L’anno dopo quando i Magic arrivarono alla finale di
conference contro i Bulls delle 72 vittorie, lui tirò 7.7 triple di
media con il 42.5%. Non è mai stato in forma fisica, ma è sempre stato
un tiratore fortissimo.
sabato 4 novembre 2017
I più grandi tiratori della storia: Davis, Green e Rice (2)
15 Hubert Davis: uscito
da North Carolina, ha avuto i suoi anni migliori ai Knicks. Oggi sarebbe stato
valorizzato molto di più. Ha avuto il 44.1% in carriera ma su 2.4 tentativi. Ha
vinto la classifica del tiro da tre quand’era a Dallas nel 1999/00 con il 49.1%
e nei primi nove anni di carriera otto volte è andato oltre il 40%. Non lo
ricordano in tanti ma oggi sarebbe usato per tirare almeno 6-7 volte a partita.
mercoledì 1 novembre 2017
Phoenix Suns: storia di un crollo che fa male (All in One)
Nessuno
dei 30 club NBA aveva cambiato allenatore in estate, una sorta di
record che inevitabilmente era preludio ad un inverno movimentato. Ma nessuno poteva pensare che Phoenix staccasse la spina ad Earl Watson dopo tre partite.
La tempistica e i modi, quello che il licenziamento ha poi generato - la rottura con Eric Bledsoe - ha scoperchiato la pentola delle critiche nei confronti di Robert Saver, il proprietario del club, e in generale dei Suns. Da un lato Watson - che ha avuto una apprezzata carriera da journeyman nella NBA - era ritenuto una scelta prematura come allenatore e in quanto tale suscettibile di fallimento (la sua esperienza di panchina era un anno e mezzo da assistente quando ha ricevuto l'incarico). Dall'altro il licenziamento è stato ovviamente troppo rapido per essere anche comprensibile. E così è sembrato pensarla anche Bledsoe, finito fuori squadra e in attesa di cessione.
La tempistica e i modi, quello che il licenziamento ha poi generato - la rottura con Eric Bledsoe - ha scoperchiato la pentola delle critiche nei confronti di Robert Saver, il proprietario del club, e in generale dei Suns. Da un lato Watson - che ha avuto una apprezzata carriera da journeyman nella NBA - era ritenuto una scelta prematura come allenatore e in quanto tale suscettibile di fallimento (la sua esperienza di panchina era un anno e mezzo da assistente quando ha ricevuto l'incarico). Dall'altro il licenziamento è stato ovviamente troppo rapido per essere anche comprensibile. E così è sembrato pensarla anche Bledsoe, finito fuori squadra e in attesa di cessione.
I migliori tiratori da tre punti della storia: da Starks a JR Smith (1)
Come identificare i
migliori tiratori da tre punti della storia? Per tentare un’analisi, bisogna
partire da un concetto: il tiro da tre esiste dal 1978/79 e inizialmente era
considerato un’arma occasionale, da usare con moderazione, poco produttiva. Ha
senso tenere in considerazione solo i giocatori emersi dopo il 1980 e stiamo
già molto larghi. Ad esempio Andrew Toney, la guardia di Philadelphia
ribattezzato “The Boston Strangler”, noto per essere un terrificante tiratore
non ha mai segnato più di 39 triple in una stagione. Michael Cooper, che era
una versione ante-litteram dei cosiddetti “3-and-D” cioè i difensori che in
attacco tirano praticamente solo da tre, al massimo centrò 80 triple nel
1988/89 con il 38.1%. Erano altri tempi. Fred “Downtown” Brown ha segnato 110
canestri da tre punti… in cinque anni ed era famosissimo per il tiro. La prima
parte della sua carriera l’ha trascorsa senza il tiro da tre. Nel primo anno di
introduzione, quando era considerato un diversivo, Downtown Brown, dei Seattle
Supersonics, fu il miglior tiratore della Lega con il 44.3% da tre. Parliamo di
88 tentativi in una stagione, poco più di uno per gara. Qui il tentativo è
cercare di equilibrare tra tiratori di precisione e tiratori volumetrici,
mediando tra le due caratteristiche considerando che ora si tira molto di più
dall’arco.
lunedì 30 ottobre 2017
Phoenix Suns: da Isaiah Thomas a Devin Booker
LA CESSIONE DI THOMAS - Isaiah Thomas aveva 16.4 punti e 4.1 assist di media quando i Suns lo cedettero a Boston piuttosto che resistere e limitarsi alla cessione di Dragic. Thomas era all'inizio di un contratto nuovo, mediocre e con scadenza 2018. Non c'era alcuna necessità di cederlo. Lo scambio venne effettuato con la complicità di Detroit. Girarono alcuni diritti di scelta e i Suns ebbero la chiamata di Cleveland del 2016 che poi sarebbe diventata Skal Labissiere ma a Sacramento.
domenica 29 ottobre 2017
Il crollo dei Suns: l'esperimento dei tre playmaker
Come general manager McDonough, scuola Boston come Darryl Morey di Houston, crede che i point-men non siano mai troppi. I Suns delle 48 vittorie del 2014 avevano due point-man. Dopo aver ripreso Dragic da Houston, Phoenix ottenne Eric Bledsoe dai Clippers all'interno di uno scambio complicatissimo. Nell'estate del 2014, non contento di quanto avesse, McDonough andò a prendere dai Sacramento Kings anche Isaiah Thomas.
Phoenix Suns: la storia di un crollo
Nessuno dei 30 club NBA aveva cambiato allenatore in estate, una sorta di record che inevitabilmente era preludio ad un inverno movimentato. Ma nessuno poteva pensare che Phoenix staccasse la spina ad Earl Watson dopo tre partite.
La tempistica e i modi, quello che il licenziamento ha poi generato - la rottura con Eric Bledsoe - ha scoperchiato la pentola delle critiche nei confronti di Robert Saver, il proprietario del club, e in generale dei Suns. Da un lato Watson - che ha avuto una apprezzata carriera da journeyman nella NBA - era ritenuto una scelta prematura come allenatore e in quanto tale suscettibile di fallimento (la sua esperienza di panchina era un anno e mezzo da assistente quando ha ricevuto l'incarico). Dall'altro il licenziamento è stato ovviamente troppo rapido per essere anche comprensibile. E così è sembrato pensarla anche Bledsoe, finito fuori squadra e in attesa di cessione.
La tempistica e i modi, quello che il licenziamento ha poi generato - la rottura con Eric Bledsoe - ha scoperchiato la pentola delle critiche nei confronti di Robert Saver, il proprietario del club, e in generale dei Suns. Da un lato Watson - che ha avuto una apprezzata carriera da journeyman nella NBA - era ritenuto una scelta prematura come allenatore e in quanto tale suscettibile di fallimento (la sua esperienza di panchina era un anno e mezzo da assistente quando ha ricevuto l'incarico). Dall'altro il licenziamento è stato ovviamente troppo rapido per essere anche comprensibile. E così è sembrato pensarla anche Bledsoe, finito fuori squadra e in attesa di cessione.
giovedì 19 ottobre 2017
New York Basketball Stories 2.0: la dinastia dei Marbury
Donald Marbury a Coney Island lo chiamavano “The
Major”, il Sindaco, perché aveva personalità e godeva di rispetto negli anni
della gioventù. Era un uomo “cool”. I migliori giocatori di Coney Island
uscivano sempre da casa sua. Tutti i figli di Donald Marbury arrivavano a
giocare in college di prima divisione, prima o poi, ma nessuno di loro era
abbastanza disciplinato, forte nella testa o abbastanza bravo per trasformare
questo talento in qualcosa di produttivo. Finché non arrivò Stephon.
mercoledì 18 ottobre 2017
Gordon Hayward, la caviglia da 128 milioni di dollari
128 milioni di dollari in quattro anni si sono volatilizzati su un passaggio alley-oop e un contatto con LeBron James che ha determinato una caduta scomposta e la rottura terrificante della caviglia. Una delle visioni più brutte di questi anni quasi come l'infortunio di Paul George in nazionale o quello che ha cambiato la carriera di Shaun Livingston.
D'Antoni può resistere a tutto ma non alle sue idee
Pochi allenatori al mondo sono identificati da uno stile di gioco e un modo di allenare come Mike D'Antoni. La prima partita della stagione è solo questo: una partita. Ma D'Antoni ha subito superato il limite di utilizzo di 32 minuti che aveva concordato con James Harden e Chris Paul (che ha avuto anche qualche problema al ginocchio altrimenti avrebbe giocato anche più di 33 minuti).
domenica 15 ottobre 2017
New York Basketball Stories 2.0: Dollar Bill Bradley
Bradley veniva da un piccolo paese del Missouri,
Crystal City, figlio del banchiere locale e di una ex giocatrice dai gusti
raffinati che raddoppiava gli impegni scolastici del figlio con lezioni di
musica, di lingue straniere, di sport improbabili. Il piccolo Bill era un
prodigio a scuola e un giocatore di basket sorprendente. Non aveva talento
atletico e non superò i 195 centimetri di statura. A livello professionistico
sarebbe stato considerato piccolo e lento. Ma negli anni di Crystal City si
allenava senza soluzione di continuità. Non si concedeva un minuto di riposo,
di sosta, di svago. Bill Bradley contro il canestro, anche di notte, senza
luci, perché migliorava il suo fiuto per il canestro. Lavorava sul palleggio
usando occhiali che gli impedissero di guardare il pallone mentre cambiava
mano. Passeggiava accanto alle vetrine dei negozi e senza voltare la testa
cercava di memorizzare tutto quello che vedeva. Poi tornava indietro per capire
cosa gli fosse sfuggito. Allenava la visione periferica.
lunedì 9 ottobre 2017
New York Basketball Stories 2.0: la scomparsa del Falco Hawkins
Nei giorni scorsi è morto a 75 anni Connie Hawkins, Il Falco. Ecco com'era stato descritto in "New York Basketball Stories 2.0".
Una volta ad Harlem assegnarono
ad Hawkins il trofeo di MVP di un torneo cui non avrebbe neppure partecipato
“perché ad Harlem se dai un titolo di MVP puoi darlo solo ad Hawk”, la geniale
spiegazione. Connie ebbe almeno la bontà di presenziare alla cerimonia di
consegna del trofeo e poi di giocare l’All-Star Game.
Hawkins era ovviamente un giocatore NBA e anche uno dei
migliori, un’ala di 2.03, con apertura di braccia spaziali, che veniva da
Beford-Stuyvesant a Brooklyn. Dominava a Rucker Park e anche alla Boys High
School di Brooklyn, ma non aveva una buona istruzione, era un ragazzo ingenuo,
che un giorno prese 200 dollari da Jack Molinas, sempre lui, senza immaginare
fosse contro le regole. Quando l’episodio venne fuori, all’interno di una nuova
indagine sulla corruzione nel basket universitario, Hawkins perse la borsa di
studio ad Iowa che aveva cercato fino a quel momento di farlo passare per uno
studente credibile. E assolutamente non lo era.
Il crollo dell'impero di Don Rick Pitino
Ricordo Rick Pitino ad un predraft camp di Chicago. Al Moody Bible Institute in centro. Aveva appena firmato per i Boston Celtics. Elegantissimo, dietro un canestro. Inavvicinabile. Il gilet bianco, pantaloni scuri, calzini e mocassini bianco latte. Pittoresco. La sua gang era formata da persone che gli dovevano il contratto più alto della loro vita. Lo servivano e riverivano. Era davvero Don Rick, il Padrino.
giovedì 5 ottobre 2017
Dove stanno andando i Lakers di Magic: Kyle Kuzma edition
I primi mesi di Magic Johnson alla guida dei Lakers non hanno prodotto fuochi d'artificio ma una serie di mosse prudenti e intelligenti (multa per tampering esclusa, un imbarazzante rookie mistake) che vanno ritenute promettenti perché consentono alla squadra di collocarsi in una posizione futura favorevole. Magic ha gli occhi puntati addosso: attualmente è in luna di miele con media e tifosi, in particolare perché lo è sempre stato, ma come executive è un debuttante e ha scelto come partner un altro debuttante. Rob Pelinka non è il primo agente a trasformarsi in general manager ma è il primo a farlo senza alcun periodo di apprendistato sotto coperta come ha fatto ad esempio Bob Myers a Golden State. Inoltre Jerry West passando ai Clippers ha fatto sapere con una punta di malizia che sarebbe stato felice di tornare al suo club ma in sostanza non l'hanno voluto. È normale che Magic non volesse una figura così forte alle spalle: West è una presenza forte ovunque ma ai Lakers lo sarebbe stato di più. Tuttavia questo aumenta la pressione.
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