lunedì 28 maggio 2018

NBA Finals 1990-1999: l'arrivo a Chicago di Dennis Rodman

Aveva solo tre anni, Rodman, quando il padre Philander scappò di casa. Anni dopo si rifece vivo informandolo che viveva nelle Filippine, faceva il manager di un ristorante, si era risposato e aveva qualcosa come ventinove figli, o giù di lì. Un giorno arrivò a Chicago e una radio privata cercò di favorire l’incrocio tra Dennis e Philander ma senza successo. Rodman è cresciuto nei ghetti di Dallas in una famiglia divenuta… femminile con le due sorelle maggiori, Kim e Debra, e la madre Shirley, che per mantenere i figli svolgeva due lavori e trascorreva il tempo libero (ammesso che ne avesse) suonando il piano in chiesa. Kim e Debra diventarono due splendide giocatrici, quest’ultima vinse il titolo NCAA con Louisiana Tech, la prima diventò All-America alla Stephen F.Austin University. Quanto a Dennis, lo sport gli piaceva ma quando cercò di conquistare un posto nella squadra di football della South Oak Cliff High School venne tagliato perché di corporatura troppo esile. A basket veniva regolarmente sbeffeggiato dalle sorelle, più alte, grosse e dotate di lui.

lunedì 21 maggio 2018

NBA Finals 1990-1999: il sogno di Clyde Drexler


Clyde Drexler non era più felice di stare a Portland. Era stato quasi ceduto a Miami ma la prospettiva di dover sottoporre la famiglia ad un lungo trasferimento per giocare in una squadra mediocre non lo attraeva. Così decise di venire allo scoperto e chiedere di essere scambiato ma solo ad una squadra di vertice, di suo gradimento. In fondo, i Trail Blazers glielo dovevano.

venerdì 18 maggio 2018

NBA Finals 1990-1999: la leggenda di John Starks


John Starks veniva dall’Oklahoma, cambiò quattro college, fece il magazziniere in un supermercato finché non si convinse che aveva talento e non doveva sprecarlo tra scatoloni, scaffali e lattine. Riuscì ad andare a Oklahoma State, vi giocò l’ultimo anno di college, poi ebbe una chance NBA a Golden State ma lo tagliarono. Si rifugiò nella CBA e infine arrivò la chiamata di New York, l’1 ottobre 1990. Il giorno in cui il roster doveva essere ridotto a 12 uomini, capì che il suo destino era segnato. Così decise di andar fuori ma a modo suo. Combattendo. In un’entrata trovò il corpaccione di Ewing a sbarrargli la strada. Pensò di schiacciargli in testa. In realtà cadde rovinosamente, si infortunò e i Knicks non poterono tagliarlo per regolamento. Lo ricollocarono in lista infortunati. Guadagnò tempo.

mercoledì 16 maggio 2018

Philadelphia, da Simmons ad Embiid ai tiratori ora serve il passo più difficile


I playoffs smascherano fino alle estreme conseguenze la reale consistenza di una squadra. Ora è probabile che sottoposti alla cura tattica di Brad Stevens e dei Boston Celtics, i Sixers abbiano denunciato limiti più evidenti di quelli reali. Ma è vero che contro una squadra priva di due starter e un solido cambio come Dan Theis, priva in gara 1 di Jaylen Brown, Philadelphia avrebbe potuto fare decisamente meglio di una onorevole ma inequivocabile resa in cinque gare. Soprattutto pensando ai Sixers come alla prima alternativa a est dei Celtics del prossimo quinquennio. Il che è già ovviamente un clamoroso successo pensando alle premesse e al recente passato.

venerdì 11 maggio 2018

Brad Stevens: quando la nuova star dei playoffs è un allenatore

Non si era mai vista nella NBA un'edizione dei playoffs in cui la stella emergente non è stato un giocatore con buona pace di Donovan Mitchell, Jayson Tatum, Scary Terry Rozier, Embiid and Simmons, Oladipo, Clint Capela, ma un allenatore. Nemmeno gli eroismi di LeBron hanno cancellato l'odierna fissa mondiale per il coach dei Boston Celtics.

mercoledì 9 maggio 2018

New York ha fatto bene a prendere David Fizdale?

Sul mercato allenatori nella NBA sta accadendo qualcosa di interessante. È scomparsa la figura dell'allenatore-star, affermato, quello che può scegliere quale squadra allenare. Chi lo ha o pensa di averlo lo tiene per molti anni come Gregg Popovich o Rick Carlisle. Chi l'ha trovato lo blinda come Golden State con Steve Kerr o Boston con Brad Stevens (ma l'elenco potrebbe allungarsi con Quin Snyder a Utah, Brett Brown a Philadelphia). Le squadre che cambiano coach sono per lo più quelle di bassa classifica e la nuova tendenza è quella di svolgere colloqui con 10-12 allenatori diversi, il classico casting che non significa non avere idee chiare ma svolgere con grande attenzione la propria ricerca. Persino Houston, che due anni fa ha scelto un coach affermato ed esperto come Mike D'Antoni, ha prima "intervistato" una decina di altri allenatori. Ma oggi normalmente  sembra più facile avere una chance per un assistente che per un ex capo.

lunedì 30 aprile 2018

Antetokounmpo: il dubbio è che non sia una prima punta


Giannis Antetokounmpo andrà a scadenza di contratto nel 2021. Significa che fortunatamente i Milwaukee Bucks hanno ancora tre anni per convincerlo a spendere la parte più importante della sua carriera nel Wisconsin. Kareem Abdul-Jabbar un giorno disse che lo stile di vita di Milwaukee – Harley-Davidson a parte – non si adattava al suo. Abdul-Jabbar è stato il più grande giocatore nella storia della franchigia e il motivo dell’unico titolo che abbiano mai vinto. Ceduto lui ai Lakers, non sono più tornati in finale anche se hanno avuto buoni momenti e grandi giocatori. Marques Johnson e Sidney Moncrief erano le stelle negli anni ’80 quando i Bucks erano la terza forza all’est dopo Boston e Philadelphia; poi c’è stata la squadra di Ray Allen e Glenn Robinson che arrivò ad una partita dalla fine del 2001. Ma individualmente Giannis è il più grande giocatore che abbia mai giocato nei Bucks dopo Abdul-Jabbar e ricordando che Oscar Robertson trascorse a Milwaukee la parte terminale della propria carriera. Ma Antetokounmpo – uomo franchigia – rischia di diventare per i Bucks quello che Anthony Davis è per i Pelicans. Una star troppo grande per tenerla confinata in eterno in un mercato così piccolo se il cast di supporto, come lo chiamava Michael Jordan, non sarà da titolo.

sabato 28 aprile 2018

Ma questo di Rudy Gobert non era un fallo sul tiro da tre?



E’ molto italiano parlare del “non fallo” di Rudy Gobert su Paul George. Se anche fosse stato chiamato un imbarazzante George avrebbe dovuto andare sulla linea e fare 3/3 per portare la sfida al supplementare (in realtà Utah avrebbe avuto un’altra opportunità). In queste ultime gare di playoffs ci sono state tantissime chiamate controverse, il goal-tending di LeBron James su Victor Oladipo, i 24 secondi non chiamati ad Al Horford che hanno aiutato i Celtics a vincere gara 5 su Milwaukee ad esempio. La NBA spiega tutto e ha spiegato anche la non chiamata di Ron Garretson, arbitro espertissimo e figlio di Darrell Garretson, forse il più grande arbitro di tutti i tempi, ma il problema resta e forse potrebbe generare altre riflessioni sulla natura stessa del basket.

Il fallimento di OKC, Westbrook come Iverson e uno scambio di troppo


Tornassero indietro a OKC rifarebbero esattamente le stesse mosse che hanno caratterizzato la scorsa estate. La “trade” per Paul George e infine anche quella per Carmelo Anthony avevano un fine: restituire ai Thunder un ruolo da potenziale contendente per il titolo per poter offrire a Russell Westbrook motivi non solo economici per firmare un contratto mostruoso a lunga scadenza (35 milioni l’anno prossimo, 43.8 nel 2021/22, ultima stagione garantita e senza opzioni). E con quello convincere George a restare oltre la scadenza contrattuale del prossimo 30 giugno. Con queste due firme – una c’è già stata, dell’altra si parlerà per intere settimane – si regalerebbero altri cinque anni almeno ad alto livello anche se non necessariamente da titolo.

Superbasket, Michael Jordan, Planinic e altro: l'intervista di Giancarlo Migliola

Il mio amico e collega, ma soprattutto ex compagno di squadra a Superbasket, Giancarlo Migliola su infobetting.com ha dedicato uno dei suoi articoli, tutti scritti magistralmente e con quella sottile ironia e sarcasmo che non avrò mai, a... me. Ecco che cosa ci siamo detti.

sabato 21 aprile 2018

New York Basketball Stories 2.0: le origini di Kyrie


Drederick Irving un giorno disse ai due figli, Asia e Kyrie, che avrebbero dovuto ricevere dalla vita più di quanto aveva avuto lui. Non era una grande dichiarazione. Drederick Irving veniva da un ghetto del Bronx, viveva nei Mitchel Projects, la madre gestiva due lavori per mantenere da sola sei figli perché il padre se ne andò senza avvertire nessuno quando Drederick aveva sei anni. Peggio di così, sarebbe stato difficile. Drederick e i suoi vivevano con il welfare, non avevano nulla. Tranne il basket.

mercoledì 18 aprile 2018

A proposito del nuovo allenatore dei Knicks


Durante la stagione 1994/95, la sua quarta a New York, Pat Riley chiese alla proprietà potere esecutivo su tutta la parte cestistica dell’organizzazione. Ma i Knicks erano nel mezzo di un cambio di proprietà e sono sempre stati una questione di equilibrismi, politica, potere. Riley non ebbe risposta e cominciò segretamente a trattare con Miami. A fine stagione, si dimise con un anno di contratto restante e si trasferì a South Beach. Gli Heat dovettero ricompensare New York per schivare sanzioni. Riley ebbe da Micky Arison quello che voleva. Sarebbero seguiti oltre 20 anni di gestione che hanno prodotto tra le altre cose: tre titoli NBA, cinque finali, una galleria di fenomeni che comprende LeBron James, Dwyane Wade, Alonzo Mourning, Chris Bosh, Tim Hardaway e Shaquille O’Neal. Questi quasi 25 anni – ovviamente sarebbero cambiate molte dinamiche – avrebbero potuto essere i 25 anni dei Knicks che tra l’altro nel 1995 erano molto più avanti di quanto lo fosse Miami nello sviluppo della squadra. Anzi erano competitivi per vincere subito e infatti lo sarebbero stati – senza Pat Riley – per altri cinque o sei anni (giocarono la Finale nel 1999, persero la finale di conference nel 2000).

lunedì 16 aprile 2018

NBA Finals 1990-1999: la battaglia dei tre overtime a Chicago


Lo Chicago Stadium aveva quasi 70 anni quando ospitò la terza Finale NBA della sua gloriosa storia. Nacque come arena dedicata all’hockey su ghiaccio e mostrava, nel 1993, tutti gli anni che aveva. Al di là della strada, era già in piedi il cantiere per la costruzione dello United Center che avrebbe debuttato nella stagione 1994/95. Lo Stadium non aveva le suite, gli spogliatoi somigliavano a scantinati, la stampa prima della partita cenava in un luogo tetro. Poi i tavoli venivano rimossi, sostituiti da una lunga fila di sedie asportabili e la stanza si trasformava nel luogo deputato alle interviste post partita. Per accedere al campo di gioco bisognava attraversare un tunnel strettissimo, salire lungo scale pericolanti e infine accedere al tempio. Lo Stadium era decadente. Quindi era bellissimo.

venerdì 13 aprile 2018

Allenatore dell'anno: otto candidati e un solo Brad Stevens


Non c’è mai stata probabilmente nella storia della NBA una stagione con tanti allenatori meritevoli del trofeo di Coach dell’anno. E’ legittimo considerare candidati in nessun particolare ordine: Brad Stevens (Boston), Dwane Casey (Toronto), Brett Brown (Philadelphia), Nate McMillan (Indiana), Mike D’Antoni (Houston), Gregg Popovich (San Antonio), Terry Stotts (Portland) e Quin Snyder (Utah). C’è un modo interessante, nell’era dei dati analitici ormai di uso comune in America, per decifrare il rendimento di una squadra: paragonare il numero di vittorie effettivo al numero di vittorie preventivate a inizio stagione dai siti specializzati. Ad esempio di questi otto allenatori, solo Popovich ha vinto meno partite (47 contro 53) del preventivato; Stevens a Boston è andato pari. Gli altri ne hanno vinte in media una decina in più.

martedì 10 aprile 2018

MVP Review: la vittoria di Harden e il check-up di tutte le candidature (All in One)

La corsa al titolo di MVP non è stata appassionante come un anno fa quando il mondo si era diviso tra Russell Westbrook, James Harden e nel finale prese quota la candidatura di Kawhi Leonard. Quest’anno Harden vincerà con largo margine sul secondo classificato ed esiste una piccola possibilità che come Steph Curry due anni fa vinca il titolo all’unanimità. Può starci: Harden è il miglior giocatore della miglior squadra della stagione, quella che ha stabilito il nuovo record franchigia di vittorie, ed è il miglior realizzatore della Lega, oltre i 30 di media. Quest’anno Harden figurerà per il quarto anno consecutivo nel primo quintetto All-NBA e in passato è arrivato due volte secondo nella corsa all’MVP.

lunedì 9 aprile 2018

MVP Review: l'interminabile LeBron e i quintetti All-NBA

LeBron James aveva cominciato questa stagione con l'atteggiamento di un uomo in missione. Sembrava volesse appropriarsi per acclamazione del titolo di MVP, un modo inequivocabile per mettere a tacere ogni argomento di discussione su chi sia il miglior giocatore del mondo o su un suo presunto declino. Le difficoltà di Cleveland, con la conseguente rivoluzione del roster, hanno determinato una sorta di passaggio a vuoto, anche mentale, attorno a metà stagione in cui James Harden nella percezione pubblica ha allungato decisamente, lasciandoselo alle spalle. Così probabilmente LeBron non sarà l'MVP della stagione. Non si aggiudica il trofeo dal 2014. Guardando all'età verrebbe da dire che è normale: superati i 33 anni, sarebbe legittimo si risparmiasse durante la regular season per dare il meglio nei playoffs. Non dimentichiamo che LeBron gioca la Finale ininterrottamente dal 2011 (sono sette di fila praticamente due anni di carriera supplementari).

mercoledì 4 aprile 2018

MVP Review: Anthony Davis è il prototipo del centro moderno


Considerato che i New Orleans Pelicans avrebbero dovuto sparire dalla corsa ai playoffs nel momento stesso in cui hanno perso per infortunio DeMarcus Cousins – i cui numeri restano sensazionali -, la stagione di Anthony Davis – The Brow – è stata naturalmente stupefacente. Non è una sorpresa: Davis è il capostipite della generazione dei centri che possono difendere sul perimetro oltre che al ferro, attaccare dal palleggio oltre che dentro l’area ed essere decentemente pericolosi da fuori. Vengono in mente Karl-Anthony Towns e Joel Embiid. Tutti questi giocatori sono sempre considerati ibridi nel senso che la tendenza è quella di accoppiarli a centri veri, teoricamente deputati a svolgere un po’ di lavoro sporco e fisico, ma il rendimento generalmente è migliore quando possono fare a meno di tale compagnia.

martedì 3 aprile 2018

MVP Review: Westbrook resta superbo ma OKC ha vinto troppo poco


Da un punto di vista strettamente individuale, nonostante i ben noti difetti (tiro da tre sotto il 30 %, qualche volta resiste alla tentazione di usarlo, spesso no, specie nei finali di gara, ma lui è così, agonista anche nello sfidare i propri limiti) o la tendenza a esagerare, Russell Westbrook potrebbe essere confermato MVP della stagione. Perché no? Chiuderà molto vicino alla seconda tripla doppia media in carriera. Qualche rimbalzo qua e qualche rimbalzo là e ce l’avrebbe fatta ancora. Ha vinto la classifica degli assist così autorizzandosi a cedere a James Harden lo scettro di miglior realizzatore della Lega. I Thunder accanto a lui sono cambiati tanto e hanno inciso anche sulla sua stagione: ha tirato meno (soprattutto da tre), ha tirato meglio (45 %), ha segnato meno perché è andato meno in lunetta, ha “usato” il 34.3% dei possessi di Oklahoma City contro il 41.7% di un anno fa, cifra record. Ha assistito quasi il 50 % dei canestri segnati dai compagni con lui in campo. Perché quindi Westbrook non dovrebbe essere l’MVP?

venerdì 30 marzo 2018

MVP Review: perchè Durant e Steph si ostacolano


Nel momento stesso in cui due estati fa Kevin Durant scelse di portare il suo talento sulla Baia, istantaneamente le sue possibilità di vincere un secondo MVP dopo quello conquistato con Oklahoma City nel 2014 si sono ridotte. E per osmosi si sono ridotte anche quelle di Stephen Curry. Succede sempre quando un superteam non ha un chiaro leader. A Miami era LeBron James pur arrivando lui, da esterno, nella squadra di Dwyane Wade; ai Lakers di inizio secolo il leader era Shaquille O’Neal e Kobe Bryant è diventato un candidato MVP solo quando Shaq è stato ceduto a Miami; a Houston, Chris Paul è andato a fortificare i Rockets che restano la squadra di James Harden. Durant era il numero 1 a OKC. Probabilmente, Russell Westbrook non sarebbe mai stato l’MVP della Lega se KD non fosse andato mai andato via. Forse.

mercoledì 28 marzo 2018

MVP Review: il nuovo status di DeMar DeRozan


Può sembrare un’esagerazione includere DeMar DeRozan in una qualsiasi conversazione sull’MVP di questa stagione soprattutto considerando le cifre nude e crude. DeRozan, che è una guardia di alto livello da almeno cinque anni, sta segnando circa quattro punti a partita in meno dei 27.3 di una stagione addietro (record carriera) ed è passato da 5.2 a 3.9 rimbalzi per gara. Va anche meno spesso in lunetta (da 8.7 viaggi a 7.2) e sarebbe limitativo attribuire questa minor produttività al minutaggio. Dwane Casey lo impiega 34 minuti di media, contro gli oltre 35 di un anno fa, un decremento nel complesso trascurabile.