mercoledì 22 febbraio 2017

Lou Williams ai Rockets: perché è uno scambio buono anche per i Lakers


Lo scambio Lou Williams in cambio di Corey Brewer e la prima scelta del 2017 è perfetto sia per i Rockets che per i Lakers. La prima mossa di Magic Johnson al vertice dei Lakers è stata dolorosa ma ineccepibile. Parlare di colpo quando il miglior realizzatore della squadra, a bilancio per appena 7 milioni, è davvero difficile da accettare ma nella NBA odierna è cosi e basta.

martedì 21 febbraio 2017

Lo scambio di DMC dal punto di vista dei Kings

Il nuovo contratto collettivo con il rafforzamento della figura del "Designated Player" e la possibilità di pagarlo molto di più e per più tempo ha come obiettivo permettere ai club di piccoli mercati come Sacramento di trattenere le loro star. Ironicamente nella prima potenziale applicazione della modifica il risultato è stato opposto.

lunedì 20 febbraio 2017

Lo scambio di DMC dal punto di vista dei Pelicans

La realtà degli scambi nella NBA è perversa e ciò che oggi sembra evidente magari viene ribaltato nel corso degli anni anche perché la possibilità di includere scelte negli affari rende i contorni di una contropartita chiari solo dopo anni. E poi gli scambi sono strategici. Non è che a Sacramento pensino di essere più forti oggi che non hanno più DeMarcus Cousins ma prima di definire la sua cessione un suicidio bisogna aspettare che il piano si completi.

NBA WEEK 17: la grande storia di Nate Archibald



La storia di Nate Archibald, l'unico ad aver vinto nello stesso classifica dei marcatori e degli assist nella NBA, tratta da "New York Basketball Stories 2.0". Oggi Russell Westbrook e James Harden provano ad imitarlo.

Un rumore di sottofondo. Sempre più pressante. Un brusio che in breve diventò un boato. "Tiny is here. Now the real fun is starting". Anni '70. L'attività estiva a Rucker Park era al top dell'energia anche se allora era tutto semiclandestino, le notizie si diffondevano con il passaparola e il consumismo non si era impossessato ancora dei playground. Era tutto più affascinante. Nate Archibald era un fedelissimo della scena estiva newyorkese. Che includeva questo fantastico torneo tra squadre provenienti da diverse città d'America. L'obiettivo era capire chi avesse la squadra di basket da strada migliore.  Il team di New York dipendeva da Archibald. Ma quella sera, avversaria Chicago, Archibald era assente ingiustificato. Le cose andavano male. Chicago era in controllo della partita. Più 13 nel cuore del secondo tempo. Poi un brusio. Poi un boato. Infine un'esplosione. Tiny is here.

venerdì 17 febbraio 2017

NBA WEEK 16: il punto sul futuro dei Celtics (all in one)



I Boston Celtics arriveranno alla pausa dell’All-Star Game nelle condizioni perfette per andare all’assalto dei Cleveland Cavaliers per il miglior record ad Est e in ogni caso con il vento alle spalle e un presente brillante. Eppure il futuro potrebbe essere ancora migliore. I Celtics hanno ricostruito sui resti dello squadrone che nel decennio scorso ha vinto un titolo e perso una Finale alla settima partita, in trasferta, senza dover scendere agli inferi e con una rapidità stupefacente. In pratica dopo la rinuncia a Kevin Garnett, Paul Pierce (oltre  Ray Allen ma è un'altra storia) e la partenza di Doc Rivers per Los Angeles, nel 2013, hanno dovuto accettare una sola stagione di mediocrità. In tre anni completi da capo allenatore, Brad Stevens ha amministrato un club da 25, 40 e 48 vittorie. Quest’anno saranno di più, nonostante nel “defensive rating” i Celtics siano passati dal quarto posto della stagione passata al 22° attuale. Un dato che non sarà sfuggito a Stevens e di certo non lo rende felice, conseguenza presumibile di quello che è il problema tecnico attuale dei Celtics, i rimbalzi.

giovedì 16 febbraio 2017

NBA WEEK 16: la storia di Oscar Robertson, il Re della tripla doppia



Nella sua stagione da rookie Oscar Robertson arrivò a 0.3 assist per gara dalla tripla doppia che raggiunse la stagione successiva sempre giocando nei Cincinnati Royals. E - come sta cercando di fare Russell Westbrook -, la sua tripla doppia media fu ottenuta segnando oltre 30 punti per gara. Era il 1961/62. Da allora nessuno è più riuscito nell’impresa. Potremmo dire che nessuno l’ha davvero sfiorata perché occorrono circostanze straordinarie per riuscirci, ad esempio una squadra che abbia abbastanza talento da tradurre in assist i passaggi smarcanti ma non così ricca di talento da togliere minuti o punti. E non deve avere specialisti dei rimbalzi altrimenti nessun giocatore con queste caratteristiche potrebbe catturarne oltre 10 di media. Ad esempio, se Westbrook giocasse con Hassan Whiteside o Andre Drummond forse la storia sarebbe differente.

martedì 14 febbraio 2017

NBA WEEK 16: il colpo Ibaka nel giorno del.k.o di Love

Masai Ujiri è il general manager che diventò famoso nel mondo quando venne colto a gridare "Fuck Brooklyn" durante una serie di playoffs tra i suoi Raptors e i Nets. Ma quell'episodio, ovviamente sanzionato dalla Lega, è insignificante rispetto a quello che Ujiri ha fatto davvero.

NBA WEEK 16: Miami, come è salita così in alto?

Prima di fermarsi a Philadelphia nella seconda gara in due giorni in trasferta, i Miami Heat avevano vinto 13 partite consecutive. La striscia, la più lunga della stagione, ha colto tutti di sorpresa. Solo una volta, nel 2007/08 (Portland), una squadra senza All-Star aveva vinto così tante partite di fila; nessuna squadra sotto il 50% di vittorie per l'intera durata della striscia aveva mai vinto 13 partite e infine gli Heat ne avevano vinte appena 11 in totale prima di esplodere (sopra Dion Waiters).

lunedì 13 febbraio 2017

Golden Times: l'impossibile trattativa per Andre Iguodala



I Golden State Warriors avevano eliminato i Denver Nuggets 4-2 nei playoffs del 2013. Andre Iguodala aveva toccato con mano la consistenza della squadra. L’1 luglio, primo giorno disponibile per contattare i free-agent, Rob Pelinka – l’amico di Kobe Bryant diventato potentissimo agente – chiamò Bob Myers. Erano amici, avevano lavorato assieme. Iguodala voleva giocare nei Warriors. 

domenica 12 febbraio 2017

NY Basketball Stories 2.0: la "verità" di Walter Berry



La Benjamin Franklin High School, nel Bronx, ha prodotto altri grandi giocatori, prima e dopo Manigault. Gerald Thomas, detto “Dancing Doogie”, lasciò la scuola nel 1979 preferendo alimentare la sua leggenda sui playground. Alla fine degli anni ’80 fu MVP sia al Rucker sia a West Fourth Street, era un incredibile tiratore di tabellone con un primo passo immarcabile.

sabato 11 febbraio 2017

Chi era Charles Oakley, l'enforcer dei Knicks

Charles Oakley non è mai stato un tipo facile, quindi che il suo ritorno da spettatore pagante al Madison Square Garden sia diventato un episodio di cronaca giudiziaria con arresto e denunce sorprende relativamente. Il pubblico e i media si sono schierati con lui. I giornalisti che lo seguivano da giocatore non hanno dubbi.

giovedì 9 febbraio 2017

NBA WEEK 15: l'addio a Boston di Paul Pierce

Ricordo come fosse oggi Paul Pierce a terra dolorante. Era gara 1 della Finale NBA del 2008. Massimo Oriani accanto a me pronostico' un immediato cappotto. "Se si è infortunato gravemente la serie è già finita".

mercoledì 8 febbraio 2017

Boston verso una nuova dinastia: Isaiah Thomas e il futuro del draft



Isaiah Thomas ha segnato 24 punti nel quarto periodo di una vittoria su Detroit. E’ stato giocatore del mese a gennaio. Ha segnato 19 punti nel quarto quarto contro Toronto spedendo Brad Stevens all’All-Star Game (Tyronn Lue non era eleggibile). Thomas segna 10.7 punti di media nel quarto periodo, oltre il record i 9.6 che fu stabilito da Kobe Bryant nel 2006. Potrebbe battere il record di franchigia di Larry Bird (29.9 punti di media per una stagione che risale al 1987/88). E sta minacciando la leadership di Russell Westbrook come capocannoniere della Lega. E’ abbastanza per essere considerato una star sia pure di 1.76?

martedì 7 febbraio 2017

Boston Celtics verso una nuova dinastia: Brad Stevens



Brad Stevens non è mai stato un giocatore. Meglio: è cresciuto nell’Indiana, ha giocato bene a livello liceale ma non ha ricevuto offerte vere per giocare in un college importante o semplicemente di Division One. Stevens ha giocato quattro anni in Division Three e anche lì era un giocatore marginale, a DePauw. Quando si è laureato ha lavorato nel marketing e guadagnava 44.000 dollari all’anno, tanti per un 22enne. Ma voleva allenare, ha studiato tantissimo, ha ottenuto un posto quasi da volontario a Butler sotto Thad Matta impiegando cinque anni per tornare a guadagnare quanto prima. La sua ascesa è cominciata così. Quando è diventato capo allenatore a 30 anni ha vinto subito 30 partite e infine portato Butler a due finali NCAA consecutive, con un supergiocatore (Gordon Hayward), un point-man da NBA (Shelvin Mack) e qualche buon giocatore come Matt Howard. Ma a Butler ha costruito un programma sopravvissuto bene alla sua dipartita. Persino quando UCLA gli ha offerto Westwood ha rifiutato decidendo che avrebbe lasciato Butler solo per la NBA. E arrivò la telefonata di Danny Ainge.

lunedì 6 febbraio 2017

Boston Celtics verso una nuova dinastia: Danny Ainge



I Boston Celtics arriveranno alla pausa dell’All-Star Game nelle condizioni perfette per andare all’assalto dei Cleveland Cavaliers per il miglior record ad Est e in ogni caso con il vento alle spalle e un presente brillante. Eppure il futuro potrebbe essere ancora migliore. I Celtics hanno ricostruito sui resti dello squadrone che nel decennio scorso ha vinto un titolo e perso una Finale alla settima partita, in trasferta, senza dover scendere agli inferi e con una rapidità stupefacente. In pratica dopo la rinuncia a Kevin Garnett, Paul Pierce (oltre  Ray Allen ma è un'altra storia) e la partenza di Doc Rivers per Los Angeles, nel 2013, hanno dovuto accettare una sola stagione di mediocrità. In tre anni completi da capo allenatore, Brad Stevens ha amministrato un club da 25, 40 e 48 vittorie. Quest’anno saranno di più, nonostante nel “defensive rating” i Celtics siano passati dal quarto posto della stagione passata al 22° attuale. Un dato che non sarà sfuggito a Stevens e di certo non lo rende felice, conseguenza presumibile di quello che è il problema tecnico attuale dei Celtics, i rimbalzi.

giovedì 2 febbraio 2017

NBA WEEK 14/c: la pazzia di Kanter danneggerà la stagione di Westbrook?

Russell Westbrook ha quattro obiettivi individuali da qui alla fine della regular season (nessuno dichiarato): vincere il trofeo di MVP, finire la stagione in tripla doppia, vincere la classifica marcatori e vincere la classifica degli assist. Tutti e quattro i traguardi sono raggiungibili e gli ultimi tre possono influenzare il raggiungimento del primo. Ma il gesto suicida di Enes Kanter (si è procurato la frattura dell'avambraccio a causa di un pugno di frustrazione sferrato contro una sedia metallica che ha "risposto" nel modo sbagliato) potrebbe incidere sulla sua stagione storica?

mercoledì 1 febbraio 2017

New York Basketball Stories 2.0: il ritorno a Brooklyn

New York ha due squadre di baseball, due di football, due di hockey ma nel basket nessuno ha mai pensato che i Nets siano una vera alternativa ai Knicks. Magari succederà più avanti, quando i ragazzi che oggi crescono a Brooklyn potranno riconoscersi nei Nets e nella loro avveniristica arena nel cuore di downtown. Ma per chi è cresciuto a New York nei cinquanta anni precedenti, basket e Knicks sono la stessa cosa. I Nets sono sempre stati solo un rumore di fondo, anche se tecnicamente l’ultimo titolo nel basket pro vinto a New York porta la loro firma. Nel 1976. American Basketball Association.

martedì 31 gennaio 2017

Golden Times: il draft di Harrison Barnes



L’Iowa non è territorio di cestisti, per cui fa un po’ impressione che due giocatori NBA abbiano giocato nello stesso liceo negli stessi anni. Harrison Barnes alla Ames High School faceva coppia con il bianco massiccio Doug McDermott. Quando erano junior vinsero 26 partite di fila e il titolo dello stato. L’anno successivo di gare ne vinsero 27 e si ripeterono. Barnes era considerato il miglior giocatore del paese. Fecero la guerra per assicurarselo. 

lunedì 30 gennaio 2017

NBA WEEK 14/b: tra i centri dell'Est è già futuro con Joel Embiid



La situazione centri a Est è molto meno florida di quanto lo sia a Ovest per questo è corretto limitare la scelta a due giocatori. Uno come Steven Adams che a Ovest non viene neppure considerato tra i primi del ruolo, qui sarebbe almeno da tenere in considerazione. È da menzionare che dei cinque candidati forse solo uno giocherà i playoffs.

NBA WEEK 14/a: l'Ovest è ricco di centri e due fenomeni



La scelta mia personale di selezionare tre centri per la squadra dell'Ovest del prossimo All-Star Game serve per fare il punto sulla situazione di un ruolo che prima stava sparendo e poi si è evoluto con l'arrivo di giocatori utilizzabili in due posizioni per tecnica e dinamismo, quindi moderni. Tuttavia ad Ovest il ruolo ha toccato livelli di profondità interessanti con interpreti molto diversi tra loro. Marc Gasol e Rudy Gobert sono centri ambedue ma quanto sono differenti?


I CANDIDATI - Karl-Anthony Towns  (Minnesota), DeMarcus Cousins (Sacramento), Rudy Gobert  (Utah), DeAndre Jordan  (Clippers), LaMarcus Aldridge (San Antonio), Marc Gasol (Memphis), Anthony Davis (New Orleans), Nikola Jokic  (Denver). Qui le cifre.

Giocatore
Ppg
Rpg
Apg
St
%
%tl
L.Aldridge
17.5
7.5
2.3
1.0
49.5
81.5
D.Cousins
28.1
10.1
4.4
1.4
45.3
76.9
A.Davis
27.8
12.1
2.2
2.3
50.0
79.3
N.Jokic
15.5
8.5
4.0
0.8
59.3
81.7
R.Gobert
12.8
12.6
0.9
2.6
66.1
64.5
D.Jordan
12.6
14.0
1.1
1.8
69.0
51.4
M.Gasol
20.8
6.1
4.2
1.5
46.7
83.0
K.Towns
22.7
11.9
3.0
1.5
50.4
81.5


I RIM PROTECTORS - DeAndre Jordan e Rudy Gobert sono i centri più facili da considerare "puri". Nessuno dei due tira da fuori, tutti e due giocano stabilmente a centro area, tutti e due stoppano, intimidiscono, proteggono il ferro e convertono a rimbalzo d'attacco e in situazioni di pick and roll. Rischierebbero di diventare obsoleti se non avessero il dinamismo e la velocità per non dover soltanto "contenere" nelle situazioni difensive in cui gli avversari si abbassano come fa Golden State con Draymond Green da 5 e come fa Cleveland con Kevin Love.  Ma chi è il migliore? Quando Jordan è in campo i Clippers concedono appena 93 punti ogni 100 possessi; con Gobert, Utah ne concede 98. Ma i limiti di Jordan come attaccante (vedi tiri liberi) sono il motivo per cui i Clippers con lui in campo segnano 10 punti per 100 possessi in meno di quanti ne segnino i Jazz con Gobert. 
I COMBO - Karl-Anthony Towns a Minnesota parte da ala forte con Gorgui Dieng da centro. Ma se lo consideriamo un centro, è il più moderno e futuribile che ci sia assieme a Joel Embiid di Philadelphia. Towns può difendere ovunque, intimidisce e tira da fuori. È un giocatore totale. LaMarcus Aldridge è un ibrido. Gioca dentro e fuori. In attacco ha un range inferiore a quello di Towns, più limitato al gomito della lunetta, mentre non è un rimbalzista top. Quest'anno San Antonio lo accoppia in quintetto con David Lee, altro ibrido ma molto meno atletico soprattutto con l'avanzare degli anni.
I PLAYMAKERS - Marc Gasol è un giocatore polifunzionale. Ormai tira da tre come se la sua vita dipendesse da questo. In più è il miglior centro passatore della Lega. Nikola Jokic è il suo erede anche se tira meno bene dall'arco. Se Denver lo avesse promosso in quintetto prima, sottraendolo alla combinazione impossibile con Jusuf Nurkic, la sua stagione sarebbe stata addirittura memorabile non solo rivelatoria. Jokic però ha limiti difensivi importanti. Con lui ad ancorare la difesa Denver concede 110 punti ogni 100 possessi, il dato peggiore tra questi centri, ma in attacco segna 129 punti ogni 100 possessi, un numero che proiettato su una gara intera trasformerebbe i Nuggets (con Wilson Chandler e Danilo Gallinari alle ali) nella miglior squadra offensiva della Lega. DeMarcus Cousins può figurare sia qui che tra gli ibridi vista la poliedricità. Qualcuno potrebbe pensare di metterlo anche sotto, come fenomeno, che in effetti lo è, con tutti i suoi limiti temperamentali.
I FENOMENI - Anthony Davis: non a caso ormai gioca solo da centro attorniato di tiratori. Davis compete al top della Lega per punti, rimbalzi e stoppate. Può segnare correndo, al ferro e tirando dalla media senza disdegnare il tiro da tre. Quindi fa tutto al livello dei migliori. Probabilmente in una squadra più forte di quanto siano i Pelicans potrebbe tirare di meno, segnare di meno, alzare le percentuali. DeMarcus Cousins come Davis gioca in una squadra mediocre e il carico di responsabilità offensive che si accolla è eccessivo e grava sulle percentuali. Però rispetto a Davis, pur essendo meno difensore e intimidatore, è un passatore migliore e ha maggior “range”.
LE SCELTE - Con Aldridge o Towns (ma prenderei Towns) creerei una squadra più equilibrata visto che tra le quattro ali figurerebbe solo un vero power forward (Green) ma trovo impossibile dopo Davis non trovare posto per DeMarcus Cousins e almeno uno dei due Rim Protector. Ma quale? DeAndre Jordan perché prevale a rimbalzo, passa un po’ meglio la palla, ha vinto qualche partita in più con i Clippers nonostante gli infortuni a Griffin e Paul (anche Utah ha avuto la sua sequela di infortuni per la verità) ma è davvero una scelta sul filo di lana. L’alternativa sarebbe Marc Gasol ma il prezzo da pagare al suo tiro da tre è che a rimbalzo è il minimo in carriera. Per un centro dovrebbe contare.
MY WEST ALL-STAR TEAM
Quintetto: Russell Westbrook, James Harden, Kawhi Leonard, Kevin Durant, Anthony Davis.
Panchina: Damian Lillard, Stephen Curry, Chris Paul (sostituito da CJ McCollum per infortunio), Gordon Hayward, Draymond Green, DeMarcus Cousins, DeAndre Jordan.