venerdì 16 marzo 2018

Ecco come Toronto è diventata la miglior squadra dell'Est


Negli ultimi due anni i migliori tre giocatori dei Toronto Raptors sono andati a scadenza di contratto. Ogni singolo contratto in scadenza ha dato la possibilità al general manager Masai Ujiri – una storia incredibile la sua, ragazzo nigeriano emigrato negli Stati Uniti per il college e diventato un top manager nella NBA – di implodere la propria creatura e ripartire da zero prendendo atto che la squadra non era abbastanza forte da superare LeBron James o difendersi dall’ascesa di Boston, per cominciare (ma anche Philadelphia e forse Milwaukee), ma comunque troppo costosa per attrarre free-agent altrui e troppo buona per scegliere in alto nel draft. E invece Ujiri ha confermato le sue star, eseguito un capolavoro nel circondarli di giocatori giovani, a basso costo e futuribili, e ha in mano adesso una squadra che entrerà nei playoff come prima di conference e con la concreta possibilità di approdare per la prima volta nella sua storia in finale.

giovedì 15 marzo 2018

La perdita del Re Saltatore di Charlotte, Henry Hi-Fly Williams



Questa è davvero dura da assorbire perché Henry Williams aveva solo 47 anni, perché tutti noi siamo stati testimoni della sua intera carriera professionistica, pensando che nella NBA erano stati pazzi a non accettarne i limiti di taglia fisica per prendere tutto quello che sapeva fare con il suo tiro mancino, l’esplosività, la straordinaria velocità di piedi. Ricordo la prima volta che lo vidi fuori dal campo. C’era un ristorate vicino al palasport di Verona. Non ricordo quale partita fosse. Lui entrò, vestito bene, elegante, e dai tavoli spontaneamente si alzò un applauso che lo mise in imbarazzo. Fece un piccolo inchino, alzò il braccio. Era contento e a disagio al tempo stesso. L’ultima volta fu in America: aveva smesso di giocare presto dopo gli anni di Verona, Treviso, Roma e Napoli. Lavorava come commentatore televisivo per Charlotte. In fondo era anche quello un modo per raggiungere la NBA. Parlava ancora in modo accettabile l’italiano. Da tempo era un pastore battista – la religione sempre al primo posto della sua vita – ma faceva tante cose, aveva sostenuto altre attività imprenditoriali, anche con la moglie. Fare l’analista televisivo gli permetteva di rimanere a contatto con il basket in un posto in cui aveva giocato solo a livello universitario ma dov’era una leggenda. Era allegro, felice, una persona di successo, in pace con sé stesso e con la vita. Era prima del 2009 quando gli dissero che i suoi reni non funzionavano più e non sapevano spiegarsi perché. Da quel momento otto ore al giorno di dialisi: comprò la macchina per evitare di dover andare in ospedale tutti i giorni e poterla usare a casa. E provava a vivere come se fosse ancora Hi-Fly Williams, il più grande realizzatore nella storia di North Carolina-Charlotte. Predicava tutte le settimane ai fedeli, non aveva perso fede, fiducia, entusiasmo. La vita l’aveva colpito duramente ma non l’aveva spento. Almeno fino a ieri.

mercoledì 14 marzo 2018

New York Basketball Stories 2.0: Frazier l'uomo che veniva dalla povertà



Frazier era il più anziano di nove figli di una famiglia poverissima di Atlanta in Georgia in un’epoca in cui per gli afroamericani il sud del paese non era proprio il luogo più piacevole in cui vivere. Giocava alla Howard High School e diventò una stella, il miglior giocatore della Georgia ma con pochissima visibilità perché confinato nelle competizioni per soli ragazzi di colore nelle palestre ghettizzate di scuole nere. Non venne neanche considerato dai college della zona, tipo Georgia Tech, che anni dopo avrebbe attinto ripetutamente dalle strade di New York (Kenny Anderson, Stephon Marbury), o Georgia.

martedì 13 marzo 2018

New York Basketball Stories 2.0: l'ingresso di Willis Reed zoppicante



Fu Veronica Reed, la figlia di Willis, in Louisiana, la prima a sapere. Rientrato da Los Angeles, Reed si era fatto massaggiare da Whelan, si era sottoposto a mille trattamenti, ultrasuoni, impacchi, idromassaggi, poi era tornato a casa, a Rego Park, nel Queens, in attesa del grande giorno. Quando arrivò al Garden si cambiò e andò ad eseguire qualche tiro in campo ma zoppicando vistosamente. Chiamò Veronica mentre i compagni erano già in campo per il riscaldamento. Le disse che avrebbe provato. Nel suo cuore orgoglioso di ragazzo del sud, della Louisiana, non c’era spazio per i tentennamenti. Nessuno avrebbe mai detto che i Knicks avevano perso il titolo perché Reed non aveva giocato. Il dottor James Parkes si presentò in spogliatoio con una siringa enorme, adatta alle vene di Willis, e gli iniettò 300 cc di carbocaina, l’antidolorifico più potente in circolazione. Reed si avviò verso il tunnel che conduce al campo. Fu accolto da un boato. Era come un urlo di liberazione per i tifosi dei Knicks. I suoi due tiri di riscaldamento furono i più inutili e seguiti della storia. Addirittura ci fu chi esultò quando andarono dentro…

sabato 10 marzo 2018

NBA Finals Story 1990-1999: i Chicago Bulls



Chicago è una bellissima metropoli adagiata sul Lago Michigan e colpita da un vento fortissimo e spesso gelido che le è valso il nomignolo di The Windy City per quanto nessuno a Chicago l'abbia mai definita cosi. Anzi. Molti abitanti rifiutano persino il concetto di città tremendamente ventosa menzionando statistiche che non la collocano tra le prime cinque città più ventose d'America. Non importa cosa dicano le statistiche: il vento è forte e Chicago è fredda. Michigan Avenue è l'arteria principale. Una parte di essa è detta The Magnificent Mile per i negozi e ristoranti di lusso. Il resto della città è costruita attorno ad essa, vita notturna inclusa. In questa zona di Chicago a quei tempi, su La Salle, c'era anche il ristorante di Michael Jordan, che negli anni sarebbe diventato un'altra delle attrazioni turistiche del luogo. 

venerdì 9 marzo 2018

NBA Finals Story 1990-1999: Joe Dumars

La limousine era pronta fuori dal Memorial Coliseum di Portland. All'aeroporto un jet privato del proprietario dei Detroit Pistons, Bill Davidson, lo stava aspettando. Tutto quel che restava da fare era comunicare a Joe Dumars che 90 minuti prima della palla a due di gara 3 della Finale NBA del 1990 il padre Joe jr aveva lasciato la terra nella sua casa di Natchitoches in Louisiana. Non era una notizia inaspettata. Joe jr stava male da tempo, le sue condizioni erano peggiorate nelle due settimane precedenti e Joe Dumars III, il più giovane dei suoi sette figli, aveva dato istruzioni precise su come gestire la scomparsa se fosse coincisa con il giorno di una partita. Aveva chiesto che lo lasciassero giocare salvo informarlo solo alla fine. A quel punto sarebbe rientrato a casa per il funerale.

mercoledì 7 marzo 2018

Update: Mike D'Antoni e l'evoluzione dei Rockets



I Rockets hanno vinto a Oklahoma City, dominando, la loro sedicesima partita consecutiva. In altri tempi sarebbero stati i favoriti proibitivi nella corsa al titolo NBA che non vincono dal 1995 ma questi sono i tempi dei Warriors e Golden State merita di essere ancora considerata la squadra da battere. Ma l'esito della stagione non toglierà nulla alla statura ormai leggendaria di Mike D'Antoni come allenatore. Due volte coach dell'anno se non vincerà il trofeo quest'anno sarà principalmente perché mai viene dato due anni di fila allo stesso coach. Brad Stevens a Boston e Dwane Casey a Toronto sono legittimi candidati. Qui però vorrei aggiornare la storia di allenatore di Mike D'Antoni.

sabato 3 marzo 2018

"NBA Finals Story" ora anche in edizione cartacea

Per coloro a cui dovesse interessare adesso la versione 2.0 di "NBA Finals Story 1990-1999" è disponibile su Amazon anche in formato cartaceo. Sono 502 pagine inclusi i contenuti extra rispetto alla versione originale, rivista e aggiornata. Eccolo qui.

venerdì 2 marzo 2018

"New York Basketball Stories 2.0" ora anche su carta

A grande richiesta (!!!) adesso la versione 2.0 di "New York Basketball Stories" è disponibile su Amazon anche nel formato cartaceo. Così spero di aver accontentato in qualche modo i - fortunatamente - tanti nemici dei libri in formato digitale che hanno peraltro il pregio di poter costare molto meno (e il difetto che non puoi esporli in alcuna libreria per cui - essendomi adattato - la mia personale si ferma a diversi anni fa). Eccolo qui.

mercoledì 28 febbraio 2018

Il giorno maledetto in cui perdemmo Drazen Petrovic



Dove eravate – se c’eravate visto che parliamo del 1993 – quando Drazen Petrovic perse la vita su un’autostrada tedesca? Cosa stavate facendo quando la notizia vi arrivò sulla mascella come un terribile colpo da knock-out? Era il giugno del 1993. Io ero a JFK, l’aeroporto di New York, in attesa del volo per Phoenix dove l’indomani avrei assistito alla prima partita della Finale NBA tra i Bulls e i Suns. Avevo lasciato l’Italia molte ore prima quando la notizia non era ancora diventata di dominio pubblico. A New York acquistai una copia di USA Today, la meravigliosa versione statunitense che da noi arrivava in formato ridotto, con le sue quattro o cinque sezioni complete, quella sportiva strepitosa. Davide Dupree era la prima firma del primo quotidiano americano autenticamente nazionale. Il grande Peter Vecsey scriveva tre volte alla settimana il suo “Hoop du Jour”, la rubrica più potente che sia mai stata scritta nel basket americano ma potrei dire mondiale. A quei tempi le notizie le apprendevi così: seppi che Drazen era morto acquistando USA Today.

domenica 25 febbraio 2018

La multa a Cuban: il problema del tanking non si risolve ignorandolo

Mark Cuban ha vissuto una settimana infernale: un'indagine di Sports Illustrated ha smascherato una cultura da "Animal House", come è stata etichettata negli uffici dei Dallas Mavericks, con reiterate, sgradevoli storie di molestie a sfondo sessuale per le quali ha dovuto scusarsi e licenziare persone autoaccusandosi delle mancanze del sistema di controllo. Nel frattempo aveva avuto la cattiva idea di ammettere, in un'intervista radiofonica concessa a Julius Erving, nientemeno, che la miglior opzione per i Mavs è perdere il maggior numero possibile di partite. La dichiarazione gli è costata 600.000 dollari. La più alta multa mai comminata ad un proprietario. Ritocca il mezzo milione che gli venne inflitto per aver attaccato l'allora responsabile degli arbitri Ed Rush.

sabato 24 febbraio 2018

Trust The Process: a che punto siamo Philadelphia?



E’ molto probabile che a South Philly quest’anno si giocheranno partite di playoffs. Magari non molte, partendo dalla posizione attuale, la settima nella Eastern Conference, ma è significativo perché per la prima volta da molti anni i Sixers non stanno giocando solo per il futuro. Un possibile scontro di post-season con i Boston Celtics sarebbe un trionfo per i nostalgici dell’era in cui due delle franchigie storiche della Lega si contendevano su base annua l’accesso alla Finale NBA. Per otto anni, dal 1980 al 1987, l’Est è stato rappresentato in Finale dai Sixers o dai Celtics. L’ultimo titolo vinto da Philadelphia risale al 1983, l’ultima Finale al 2001, all’apice dell’era firmata da Allen Iverson. Non è un mistero che il futuro dei Sixers sia spettacolare: tre dei giocatori del quintetto base hanno 23 anni o meno, due di essi hanno potenziale da MVP (Joel Embiid e Ben Simmons; il terzo uomo è Dario Saric), un quarto ha 27 anni (Robert Covington). In altre parole, hanno il personale e l’età per competere al vertice per i prossimi 10 anni con una squadra costruita attorno a tre o quattro giocatori già presenti nel roster tra i quali solo Covington è già al top del proprio rendimento. L’unica vera incognita è rappresentata dal fisico di Embiid, che tecnicamente sarebbe al quarto anno nella Lega ma di fatto è poco più di un rookie.

sabato 17 febbraio 2018

Perché Andre Roberson era così importante a Oklahoma City



Può una guardia da 5.0 punti di media e il 22% nel tiro da tre rivelarsi il giocatore più importante di una squadra NBA potenzialmente di vertice? Il caso Andre Roberson è singolare: per mesi è stato considerato – con tutto il rispetto per la sua straordinaria attitudine difensiva – l’anello debole del quintetto degli Oklahoma City Thunder. Lui è il giocatore che gli avversari mandano in lunetta volontariamente, che ignorano completamente quando è in attacco sfidandolo a tirare per difendere in cinque contro gli altri quattro. Nelle cinque gare giocate contro Houston nei playoff del 2017, Roberson ha fatto il 14.3% dalla lunetta eseguendo 5.5 liberi di media, tantissimi. I Rockets lo mandavano in lunetta come strategia con risultati eccellenti. In altre parole, i suoi problemi come tiratore obbligavano il Coach Billy Donovan a sostituirlo in certi momenti per reinserirlo solo negli ultimi due minuti quando l’”hack” premeditato non è più consentito. I limiti di Roberson come tiratore sono imbarazzanti. Quest’anno prima di infortunarsi in modo definitivo aveva il 31.6% dalla lunetta e il 22.2% da tre punti. Eppure…

venerdì 9 febbraio 2018

I Cavs scommettono che la cessione di IT ai Lakers non sarà un autogol



Quindi i Cleveland Cavaliers hanno consegnato ai Los Angeles Lakers i mezzi per provare davvero a convincere LeBron James a trasferirsi sulla Costa Ovest. Non sarà possibile valutare la clamorosa ristrutturazione della squadra operata oltre la metà della stagione dai Cavs fino a che non conosceremo la decisione di LeBron quando sarà free-agent il prossimo primo luglio. Per il momento, il nuovo general manager Koby Altman ha alzato la pressione su sé stesso in modo incredibile. 

giovedì 8 febbraio 2018

L'infortunio di KP: cosa significa per i Knicks



Può essere che tra qualche anno l’infortunio occorso a Kristaps Porzingis e i 10 mesi in cui – minimo, perché è ipotizzabile un approccio prudente al rientro – sarà assente venga ricordato come il momento della svolta nella storia dei Knicks. Oggi come ha detto il general manager Scott Perry è normale avvertire solo tanto dispiacere per il ragazzo.

domenica 4 febbraio 2018

Quale futuro per DeMarcus Cousins, i Pelicans e AD?



La rottura del tendine d’Achille che impedirà a DeMarcus Cousins di giocare nel suo quarto All-Star Game consecutive ha potenti ripercussioni sul futuro suo, dei New Orleans Pelicans e di conseguenza del giocatore che tutti i club con aspirazioni di titolo seguono a distanza nel caso dovesse muoversi: Anthony Davis.

giovedì 1 febbraio 2018

Blake Griffin: il punto di vista di Detroit



Detroit aveva bisogno di un colpo. Blake Griffin lo è. Il tempo a disposizione di Stan Van Gundy, allenatore ma anche presidente dei Pistons, per mostrare qualcosa di promettente stava per scadere. In quattro anni è chiaramente sotto il 50% di vittorie, vanta una sola partecipazione ai playoff e nessuna vittoria in post-season. In ogni caso non sembrava più così saldo e aveva necessità di fare qualcosa che invertisse la rotta, nel momento in cui la squadra si è trasferita nel cuore di Detroit – downtown è stata riprogrammata dopo un lungo periodo di difficoltà in cui la città era di fatto fallita – ma non era di moda.

martedì 30 gennaio 2018

Blake Griffin: il punto di vista dei Clippers



La fine di “Lob City”, sancita dalla defezione di Chris Paul, aveva messo i Clippers in una situazione molto difficile in estate, in mezzo al guado tra la ricostruzione o il tentativo di rimanere ancora competitivi a dispetto di una perdita devastante come quella del cosiddetto “Point-God” con cui – va ricordato – comunque i Clippers non sono mai andati oltre il secondo turno dei playoffs. In estate i Clippers non erano pronti ad arrendersi e accettare un ruolo minore, per tanti motivi, alcuni commerciali (prezzi dei biglietti alzati, trattative in corso per un nuovo impianto, la battaglia per la torta televisiva nella zona di Los Angeles, i Lakers del nuovo corso), e altri più strettamente agonistici. In fondo si erano illusi di essere più forti di quello che erano o forse erano stati solo più sfortunati di altre squadre. Fatto sta che la perdita di Paul, in minima parte compensata dai giocatori arrivati da Houston principalmente Lou Williams, non ha convinto Steve Ballmer, il supermiliardario proprietario del club, a staccare la spina e ripartire. I Clippers hanno provato a rimanere rilevanti prendendo Danilo Gallinari – e non sono stati fortunati, visto che praticamente per ora non ha giocato – e soprattutto estendendo Blake Griffin.

sabato 27 gennaio 2018

La storia della finale di Monaco 1972 raccontata da Mosca



La finale olimpica di Monaco 1972 è stata probabilmente la partita più famosa di basket più famosa, discussa, analizzata della storia. Certamente non la più bella, neppure a livello olimpico, ma la più popolare. A Monaco, pochi giorni dopo il massacro degli atleti israeliani nella palazzina di Connollystrasse, gli USA persero la prima partita olimpica della loro storia dopo sette medaglie d’oro e dopo aver sconfitto in semifinale proprio l’Italia di Giancarlo Primo in modo inequivocabile. Ma la partita delle partite, in piena guerra fredda, era quella contro l’Unione Sovietica che sconfisse Cuba in semifinale. In sintesi la storia di quella partita è questa: l’URSS dominò in lungo e in largo ma senza uccidere una gara giocata a ritmi molto bassi, difensiva, con pochi canestri; gli USA si sbloccarono negli ultimi cinque minuti di partita e completarono la rimonta quando la guardia Doug Collins – che poi ebbe un eccellente carriera nella NBA sia da giocatore che da allenatore – intercettò un passaggio, andò sparato a canestro e con tre secondi da giocare subì un evidente fallo, punito con due tiri liberi. Claudicante, Collins andò in lunetta con la benedizione del coach Hank Iba, un duro del Missouri che aveva avuto una carriera leggendaria a Oklahoma State ma contro il parere degli assistenti che avevano suggerito un’opportuna sostituzione. Il ventenne Collins andò in lunetta e senza battere ciglio centrò entrambi i liberi. E il resto è tutto quello che conta…

lunedì 15 gennaio 2018

Il ritiro della maglia numero 34 di Paul Pierce



Paul Pierce a terra dolorante. Era gara 1 della Finale NBA del 2008. Scese il gelo sull’arena. Quante possibilità avrebbero avuto i Celtics di vincere la serie contro i Lakers se Paul Pierce fosse finito out nel cuore della prima partita? Ora i Celtics ritireranno la sua maglia numero 34. Meritatamente. Quei Celtics avevano Kevin Garnett e Ray Allen, anche Rajon Rondo. Ma i primi due erano arrivati in estate, nella prima grande vendemmiata di mercato di Danny Ainge. Ma Pierce era già lì, sempre a metà strada tra la cessione ad un club di alto livello che gli permettesse di giocare per il titolo e il suo ruolo di bandiera dei Celtics, in attesa che arrivassero i rinforzi. Nell’estate del 2007 arrivarono.