La rottura del tendine d’Achille che impedirà a DeMarcus
Cousins di giocare nel suo quarto All-Star Game consecutive ha potenti
ripercussioni sul futuro suo, dei New Orleans Pelicans e di conseguenza del
giocatore che tutti i club con aspirazioni di titolo seguono a distanza nel
caso dovesse muoversi: Anthony Davis.
Opinioni, analisi e i miei libri: il mondo del basket americano visto da me di Claudio Limardi
domenica 4 febbraio 2018
giovedì 1 febbraio 2018
Blake Griffin: il punto di vista di Detroit
Detroit aveva bisogno di un colpo. Blake Griffin lo è. Il
tempo a disposizione di Stan Van Gundy, allenatore ma anche presidente dei
Pistons, per mostrare qualcosa di promettente stava per scadere. In quattro
anni è chiaramente sotto il 50% di vittorie, vanta una sola partecipazione ai
playoff e nessuna vittoria in post-season. In ogni caso non sembrava più così
saldo e aveva necessità di fare qualcosa che invertisse la rotta, nel momento
in cui la squadra si è trasferita nel cuore di Detroit – downtown è stata
riprogrammata dopo un lungo periodo di difficoltà in cui la città era di fatto
fallita – ma non era di moda.
martedì 30 gennaio 2018
Blake Griffin: il punto di vista dei Clippers
La fine di “Lob City”, sancita dalla defezione di Chris Paul,
aveva messo i Clippers in una situazione molto difficile in estate, in mezzo al
guado tra la ricostruzione o il tentativo di rimanere ancora competitivi a
dispetto di una perdita devastante come quella del cosiddetto “Point-God” con
cui – va ricordato – comunque i Clippers non sono mai andati oltre il secondo
turno dei playoffs. In estate i Clippers non erano pronti ad arrendersi e accettare un ruolo minore, per
tanti motivi, alcuni commerciali (prezzi dei biglietti alzati, trattative in
corso per un nuovo impianto, la battaglia per la torta televisiva nella zona di
Los Angeles, i Lakers del nuovo corso), e altri più strettamente agonistici. In
fondo si erano illusi di essere più forti di quello che erano o forse erano stati
solo più sfortunati di altre squadre. Fatto sta che la perdita di Paul, in minima
parte compensata dai giocatori arrivati da Houston principalmente Lou Williams,
non ha convinto Steve Ballmer, il supermiliardario proprietario del club, a
staccare la spina e ripartire. I Clippers hanno provato a rimanere rilevanti prendendo
Danilo Gallinari – e non sono stati fortunati, visto che praticamente per ora
non ha giocato – e soprattutto estendendo Blake Griffin.
sabato 27 gennaio 2018
La storia della finale di Monaco 1972 raccontata da Mosca
La finale olimpica di Monaco 1972 è stata probabilmente la partita
più famosa di basket più famosa, discussa, analizzata della storia. Certamente
non la più bella, neppure a livello olimpico, ma la più popolare. A Monaco,
pochi giorni dopo il massacro degli atleti israeliani nella palazzina di
Connollystrasse, gli USA persero la prima partita olimpica della loro storia
dopo sette medaglie d’oro e dopo aver sconfitto in semifinale proprio l’Italia
di Giancarlo Primo in modo inequivocabile. Ma la partita delle partite, in
piena guerra fredda, era quella contro l’Unione Sovietica che sconfisse Cuba in
semifinale. In sintesi la storia di quella partita è questa: l’URSS dominò in
lungo e in largo ma senza uccidere una gara giocata a ritmi molto bassi,
difensiva, con pochi canestri; gli USA si sbloccarono negli ultimi cinque
minuti di partita e completarono la rimonta quando la guardia Doug Collins –
che poi ebbe un eccellente carriera nella NBA sia da giocatore che da
allenatore – intercettò un passaggio, andò sparato a canestro e con tre secondi
da giocare subì un evidente fallo, punito con due tiri liberi. Claudicante,
Collins andò in lunetta con la benedizione del coach Hank Iba, un duro del
Missouri che aveva avuto una carriera leggendaria a Oklahoma State ma contro il
parere degli assistenti che avevano suggerito un’opportuna sostituzione. Il
ventenne Collins andò in lunetta e senza battere ciglio centrò entrambi i
liberi. E il resto è tutto quello che conta…
lunedì 15 gennaio 2018
Il ritiro della maglia numero 34 di Paul Pierce
Paul Pierce a terra
dolorante. Era gara 1 della Finale NBA del 2008. Scese il
gelo sull’arena. Quante possibilità avrebbero avuto i Celtics di vincere la
serie contro i Lakers se Paul Pierce fosse finito out nel cuore della prima partita? Ora i Celtics
ritireranno la sua maglia numero 34. Meritatamente. Quei Celtics avevano Kevin
Garnett e Ray Allen, anche Rajon Rondo. Ma i primi due erano arrivati in
estate, nella prima grande vendemmiata di mercato di Danny Ainge. Ma Pierce era
già lì, sempre a metà strada tra la cessione ad un club di alto livello che gli
permettesse di giocare per il titolo e il suo ruolo di bandiera dei Celtics, in
attesa che arrivassero i rinforzi. Nell’estate del 2007 arrivarono.
giovedì 11 gennaio 2018
NY Basketball Stories 2.0: Red Holzman
Andrew Fuzzy Levane non ha recitato una parte
particolarmente importante nella storia dei New York Knickerbockers, non
direttamente almeno. Ma tutta la carriera di Red Holzman, l’allenatore che ha
vinto più partite alla guida dei Knicks e l’unico che abbia vinto il titolo non
sarebbe mai decollata senza di lui. Nell’ultima delle sue autobiografie, “My
Unforgettable Season”, Holzman – scomparso nel 1998 – ammetteva che ogni lavoro
che gli sia stato offerto nella NBA è stato una conseguenza della sua amicizia
con Levane o della stima che questi nutriva per lui.
lunedì 8 gennaio 2018
The Lake Show, i più grandi dall'1 al 20
Solo i Boston Celtics hanno una storia paragonabile a
quella dei Los Angeles Lakers e un numero di giocatori “storici” competitivo.
Nell’anno in cui vengono ritirate le due maglie di Kobe Bryant e si è discusso,
si discute sul suo ruolo nella storia della franchigia, ho provato a stilare e
analizzare la mia Top 20 dei giocatori gialloviola, escludendo il periodo di
Minneapolis per evidente impossibilità di paragonare i giocatori di quell’epoca
alle successive e la totale mancanza di immagini che avrebbero potuto aiutare a
farsi un’idea almeno stilistica (di Jerry West e Elgin Baylor qualcosa esiste e
in più hanno giocato con e contro giocatori di generazioni più familiari, nei
primi anni ’70). Ovviamente sono classifiche soggettive, che lasciano il tempo
che trovano, non vogliono dimostrare nulla, sono opinabili ma proprio per
questo sono sempre state fatte e sempre verranno fatte.
Visto che siamo nel
regno dell’impossibile, sarebbe bella una partita tra i Top 10 dei Celtics e i
Top 10 dei Lakers. Immaginate i match-up iniziali: Bob Cousy, John Havlicek,
Larry Bird, Kevin Garnett, Bill Russell contro Magic Johnson, Jerry West, Kobe
Bryant, Elgin Baylor e Kareem Abdul-Jabbar. Dalla panchina: Sam Jones, Ray
Allen, Paul Pierce, Kevin McHale, Dave Cowens, Robert Parish per i Celtics;
Norm Nixon, Jamaal Wilkes, James Worthy, Shaquille O’Neal e Wilt Chamberlain
per i Lakers.The Lake Show, i più grandi: Magic Johnson
1 Magic
Johnson
(5
titoli, 3 MVP della Finale, 3 MVP, 10 All-NBA, 12 All-Star Game, 19.5 ppg, 11.2
apg, 7.2 rpg)
Spiegare perché Magic Johnson debba
essere considerato il miglior Laker di tutti i tempi significa soprattutto
spiegare perché l'onore non dovrebbe andare a qualcun altro. In parte è una
questione soggettiva: trovo legittimo che qualcuno possa scegliere Kobe,
Kareem, West o Shaq al suo posto. In termini di titoli vinti con i Lakers, lui
e Kobe sono pari. Negli ultimi tre Magic era chiaramente il giocatore di punta e nei
primi due andava considerato almeno alla pari di Kareem. Ma nel 1980 i Lakers
hanno vinto gara 6 della finale NBA a Philadelphia senza Kareem. Lui segnò 42
punti con 15 rimbalzi. Secondo la storia scritta da chi ha vinto, Magic
sostituì Abdul-Jabbar giocando da centro, in realtà i Lakers abbassarono il
quintetto e lui giocò assieme a tre esterni e in effetti venne accoppiato quasi
sempre al 4 dei Sixers (Caldwell Jones o Bobby Jones). Resta la prestazione
disumana.
mercoledì 3 gennaio 2018
The Lake Show, i più grandi: Kobe Bryant
2 Kobe
Bryant
(5
titoli, 2 MVP della Finale, 1 MVP, 15 All-NBA, 18 All-Star Game, 25.0 ppg, 4.7
apg, 5.2 rpg)
Kobe Bryant ha vinto cinque titoli
con i Lakers e giocato sette finali. In termini di vittorie è al top e due
finali le ha vinte da MVP. Nei tre titoli conquistati con O'Neal ha avuto un
ruolo importante e soprattutto nel 2000 forse decisivo (la vittoria di gara 4 a
Indianapolis con Shaq fuori per falli). La grande battaglia nella finale di conference del 2002 contro Sacramento ha richiesto il meglio dei Lakers, di Shaq, di Robert Horry e ovviamente di Kobe. Vittorie, longevità (20 anni nella
stessa squadra), record e personalità ne fanno un credibile "Best Laker
Ever" ma al tempo stesso non è neppure scontato che debba essere davanti a
Shaq, Kareem o West. Più di ogni altra cosa questo è un tributo alla grandezza
della storia del club.
venerdì 29 dicembre 2017
The Lake Show, i più grandi: Kareem Abdul-Jabbar
3 Kareem
Abdul-Jabbar
(5 titoli,
1 MVP della Finale, 3 MVP, 10 All-NBA, 13 All-Star Game, 22.1 ppg, 3.3 apg, 9.4
rpg)
La carriera di Kareem Abdul-Jabbar
probabilmente vale nel complesso più di quanto valgano quelle di ogni altro
giocatore nella storia del club. Ma Kareem ha trascorso un terzo della propria
storia a Milwaukee dove ha vinto un titolo, giocato due finali e probabilmente
espresso il miglior basket della propria carriera. È arrivato a Los Angeles al
top della sua evoluzione ma negli anni in cui non aveva neppure un All-Star al
suo fianco. Anni di numeri e trofei ma non vittorie.
giovedì 28 dicembre 2017
The Lake Show, i più grandi: Shaquille O'Neal
(3
titoli, 3 MVP della Finale, 1 MVP, 8 All-NBA, 7 All-Star Game, 27.0 ppg, 3.1
apg, 11.8 rpg)
Shaquille O'Neal è arrivato ai
Lakers dopo quattro anni a Orlando. Aveva già giocato una finale e forse già
vissuto la sua stagione migliore atleticamente. Ma aveva 24 anni e stava
approcciando i migliori anni della sua vita. Lo Shaq più forte è arrivato al
terzo titolo dei Lakers poi è cominciato il declino. Ha aiutato Dwyane Wade a
vincere il titolo del 2006 a Miami accettando il ruolo di numero due. Ma il
vero Shaq è stato quello dei Lakers.
domenica 24 dicembre 2017
The Lake Show, i più grandi: Jerry West
5 Jerry
West
(1
titolo, 1 MVP della Finale, 1 MVP, 12 All-NBA, 14 All-Star Game, 27.0 ppg, 6.7
apg, 5.8 rpg)
Collocare Jerry West
in questa classifica è frustrante perché non esiste alcuna possibilità di
rendergli giustizia. West ha cominciato la sua carriera
in un'era differente, dominata dai centri ma in un basket che non è
riconoscibile in quello di oggi. Lui però con Oscar Robertson è riuscito a
prolungare la carriera ad alto livello fino a concluderla immerso in un basket
più moderno, giocando contro giocatori della generazione successiva come lo
stesso Kareem. Se guardate il video di una partita di quegli anni ad esempio
vedrete nel grande Bill Russell ovvero il giocatore più vincente della storia
un centro antico, che difendeva in mezzo all'area e concedeva il tiro dalla
media o sua volta veniva marcato con spazio oggi inesistente. Ma West come pochissimi altri era già un giocatore futuristico.
Tiro perfetto, usava due mani, durissimo, arrivava al ferro e passava la palla
divinamente anche se non ha ricevuto come passatore il credito che meritava.
The Lake Show, i più grandi: Elgin Baylor
6 Elgin
Baylor
(1 MVP*,
8 (+2) All-NBA, 9 (+2) All-Star Game, 27.4 ppg, 4.3 apg, 13.5 rpg)
Elgin
Baylor è stato il contrario dei “ring chasers” attuali. Non solo non ha mai
inseguito un anello ma quando poteva vincerlo, nel 1972, ha preferito ritirarsi
piuttosto che conquistarlo partendo dalla panchina come voleva Bill Sharman. In
quel momento, Baylor aveva imboccato il viale del tramonto. E’ stato uno dei
pochissimi giocatori della storia ad essersi davvero ritirato prima di mostrare
di sé stesso un volto meno brillante di quello reale. Purtroppo nella galleria
dei grandi Laker della storia lui è penalizzato dalla mancanza totale di
titoli. A nessun altro è successo.
The Lake Show, i più grandi: James Worthy
7 James
Worthy
(3
titoli, 1 MVP della Finale, 2 All-NBA, 7 All-Star Game, 17.6 ppg, 3.0 apg, 5.1
rpg)
Sul piano
individuale la carriera di Worhty non è paragonabile a quella dei primi otto di
questa classifica. Può darsi che Worthy si sia trovato al posto giusto nel
momento giusto fin dai tempi del college. Vinse il titolo NCAA con North
Carolina giocando assieme a Michael Jordan (e Sam Perkins) ma questo non
c’entra. Nel 1982 è entrato nella NBA al numero 1 del draft nell’anno in cui
sceglievano i Lakers così si è trovato subito in una dinastia generazionale che
gli ha permesso di giocare tutta la carriera professionistica al top.
venerdì 22 dicembre 2017
NBA Finals: l'ultima generazione dei Grandi Centri
Hakeem Olajuwon, Patrick
Ewing, David Robinson e poi Shaquille O’Neal, Alonzo Mourning e Dikembe Mutombo
hanno costruito l’ultima grande generazione di veri centri, dominanti, prima
che il basket NBA si dirigesse verso nuovi orizzonti, perimetrali riannodando i
fili con le stagioni “controllate” da Michael Jordan. Chi è stato il migliore
di loro e come vanno considerati rispetto ai “predecessori”?
giovedì 21 dicembre 2017
The Lake Show, i più grandi: Wilt Chamberlain
8 Wilt
Chamberlain
(1 titolo,
1 MVP della Finale, 1 All-NBA, 4 All-Star Game, 17.7 ppg, 4.3 apg, 19.2 rpg)
Chamberlain
è storicamente il giocatore più difficile da collocare in qualsiasi classifica.
Analizzandone la carriera è facile considerarlo il più grande di tutti,
pensando ai numeri, i record, i 100 punti in una partita, i 50.4 punti di media
in una stagione, il dominio fisico paragonabile solo a quello esercitato da
Shaquille O’Neal, con numeri inferiori.
domenica 17 dicembre 2017
New York Basketball Stories 2.0: perché Kareem non ha mai giocato a New York
I Milwaukee Bucks detenevano il
diritto di chiamare al numero 1 del draft NBA ma la ABA sbandierando presunti
diritti territoriali aveva concesso ai New York Nets la possibilità di
scegliere per prima. Alcindor, anche per carattere, decise che non avrebbe
avuto problemi a giocare nella ABA e probabilmente era anche attratto dai Nets
ovvero dal ritorno a casa. “Volevo tornare a New York – disse Kareem Abdul-Jabbar in seguito – i
Nets erano in vantaggio”. Di sicuro giocare nella ABA sembrava più appetibile
che trasferirsi a Milwaukee. Ma giocò pulito. Disse che avrebbe ascoltato una
proposta per squadra e avrebbe accettato la più alta. Si raccomandò di sparare
tutte le cartucce perché non avrebbe dato a nessuno una seconda chance e di
sicuro non voleva trascinare a lungo quella trattativa.
venerdì 15 dicembre 2017
The Lake Show, i più grandi: Pau Gasol e Jamaal Wilkes
10 Jamaal
Wilkes
(2
titoli, 2 All-Star Game, 18.4 ppg, 2.6 apg, 5.4 rpg)
Ci sono
giocatori che incredibilmente hanno scelto la partita sbagliata in cui
esplodere. Nella Finale del 1970, Walt Frazier segnò 36 punti con 19 assist
consegnando ai Knicks il loro primo titolo ma quella partita rimarrà per sempre
quella dell’atto eroico di Willis Reed (in campo zoppicando, due canestri nei
primi due possessi in un pandemonio indescrivibile). Nell’immaginario
collettivo la partita incredibile di Frazier resta avvolta nella nebbia. A
Jamaal Wilkes successe lo stesso nel 1980: quando i Lakers vinsero il titolo in
gara 6 a Philadelphia senza Kareel Abdul-Jabbar, lui segnò 37 punti! Ma li
segnò nella sera in cui il rookie Magic Johnson ne fece 42! Wilkes ha vinto un
titolo da rookie ai Warriors come spalla di Rick Barry poi due a Los Angeles
quand’era il numero tre della squadra dopo Magic e Kareem (o viceversa). Può
essere considerato il James Worthy della prima edizione dello Showtime. In quelle
stagioni a Los Angeles ebbe 18.4 punti di media con 5.4 rimbalzi con due
convocazioni per l’All-Star Game. Rispetto a Worthy ha fatto un pochino di meno
e in quella squadra c’era anche Norm Nixon a reclamare il ruolo di terza punta.
Ma Wilkes era un all-around super, che nel ruolo di ala piccola giocava contro
i giocatori di maggior talento della NBA di allora, vedi Larry Bird a Boston,
Julius Erving a Philadelphia, Marques Johnson a Milwaukee. Aveva un tiro
atipico, un movimento circolare sopra la testa, ma letale.
giovedì 14 dicembre 2017
The Lake Show, i più grandi: Odom, Goodrich e Norm The Storm
13 Lamar
Odom
(2
titoli, 13.7 ppg, 3.7 apg, 9.5 rpg, sesto uomo dell’anno)
Altro
giocatore difficile da collocare in questa classifica. Nei Lakers del triennio
2008/2010, due titoli e tre finali consecutive, era il terzo giocatore della
squadra dopo Kobe e Pau Gasol, ma è stato uno starter a tempo pieno solo nel
primo anno (nelle 21 gare di playoffs il quintetto era Fisher, Kobe, Odom,
Gasol e Radmanovic), nel secondo con l’innesto di Andrew Bynum in quintetto lui
è diventato il sesto uomo della squadra che aveva normalmente Trevor Ariza da
ala piccola; nel terzo anno non c’era più Ariza ma c’era Ron Artest (o Metta
World Peace). E l’anomalia conclusiva è che è stato il sesto uomo dell’anno nel
2011 quando quel ciclo dei Lakers volgeva al termine. Dei suoi anni ai Lakers
(il top della carriera anche se giocò molto bene a Miami e anzi servì agli Heat
per permettere loro di arrivare a Shaq e vincere il titolo del 2006), vanno
notati i rimbalzi, davvero tanti per un giocatore più di fioretto, di classe
che ruvido. Odom è sempre stato un all-around, non abbastanza affamato di
canestri per sprigionare un potenziale formidabile. La sua carriera sarebbe
sbagliato definirla incompiuta perché ha vinto, ha giocato ad alto livello,
guadagnato tantissimo e confezionato molte stagioni strepitose. Resta solo il
dubbio di cosa sarebbe stato se la vita fosse stata più clemente nei suoi
confronti o se lui avesse saputo gestire le avversità diversamente.
mercoledì 13 dicembre 2017
The Lake Show, i più grandi: Cooper, Green e Byron Scott
16
Michael Cooper
(5
titoli, 8.9 ppg, 4.2 apg, 3.2 rpg, 8 All-Defensive)
Il numero
di titoli è impressionante. Cooper c’è sempre stato: c’era a Philadelphia
quando Magic Johnson si presentò al Mondo e c’era quando i Lakers vinsero due
titoli consecutivi nel 1987 e 1988. Il suo ruolo è sempre stato da comprimario,
un sesto o settimo uomo atletico, una versione antesignana dei cosiddetti “3
and D” attuali. Piedi per terra segnava. Poi i Lakers correvano e lui era uno
che correva e saltava. Non è mai stato una stella ma è stato incluso otto volte
nei quintetti All-Defensive della Lega. Difficile anche lui da collocare: in
un’altra squadra avrebbe probabilmente avuto una carriera insignificante, di
sicuro non così vincente, ma vale per tutti coloro che sono saliti a bordo di una
grande dinastia. Nello Showtime, Cooper ha avuto un ruolo importante.
15 AC
Green
(3
titoli, 1 All-Star Game, 10.6 ppg, 1.1 apg, 7.7 rpg)
Nella
prima versione dello Showtime (1980-1985), i Lakers avevano una sorta di “buco”
nella posizione di ala forte. Pat Riley coniò lo slogan “No Rebounds, No Rings”
perché il tasso di fisicità della squadra non era all’altezza di quello dei
Celtics dei Big Three Bird-McHale-Parish (più inizialmente Cedric Maxwell; nel
1985/86 anche Bill Walton). L’ala forte dei Lakers era Spencer Haywood nel 1980
ma Haywood buttò via la parte più importante della sua carriera e venne
tagliato prima del titolo ma nel frattempo aveva già perso il posto di titolare
in favore di un giocatore buono ma non trascendentale come Jim Chones. Per
migliorare la posizione venne preso Bob McAdoo, nella parte conclusiva della
carriera, ma venne impiegato da sesto-settimo uomo e aveva caratteristiche da
star che si conciliavano male con un quintetto base ricco di talento e
realizzatori. Kurt Rambis fu un’invenzione, uno spaccalegna durissimo che
giocava con gli occhiali ed era pronto a fare la guerra contro tutti. Ma il
problema venne risolto veramente solo quando arrivò AC Green, che difendeva forte,
prendeva i rimbalzi e tirava dalla media, era atletico. Green era uno starter
inamovibile della squadra che vinse nel 1987 e 1988, giocò la Finale anche nel
1989 e nel 1991. Poi ritornò a fine carriera e vinse un altro titolo da
veterano nel 2000. Green è passato alla storia perché nell’epoca in cui i
Lakers erano la squadra più “cool” del mondo, lui predicava la castità e il
sesso solo dopo il matrimonio. ESPN ha fatto un documentario sull’atipicità del
suo stile di vita dell’epoca.
14 Byron
Scott
(3
titoli, 15.1 ppg, 2.8 apg, 3.0 rpg)
Byron
Scott è nato a Inglewood, esattamente nel sobborgo di Los Angeles che negli
anni ’80 e ’90 ospitava i Lakers, al celebre Faboulos Forum. Quindi era davvero
un ragazzo di casa, che aveva frequentato il liceo a Inglewood e fu ottenuto
dai Lakers cedendo ai Clippers il “fan favourite” Norm Nixon. Scott, che era
andato ad Arizona State, era una guardia pura, un tiratore dalla media
fantastico che probabilmente in un’epoca diversa sarebbe stato più importante
stendendo il suo raggio di tiro oltre l’arco (2.0 tiri da tre di media in
carriera con il 37.7%). L’impresa di Scott fu irrompere in quintetto
praticamente fin da rookie. Nel 1987/88, il suo ultimo titolo, segnò 21.7 punti
di media (19.6 nei playoffs). Come realizzatore aveva un ruolo vitale, come ricevitore
degli scarichi di Magic o dell’attenzione che generavano Kareem (più nel 1985
che nei titoli del 1987 e 1988) e Worthy. (2-continua)
Iscriviti a:
Post (Atom)


















